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ondaibleaLa città di Collecalandra non esiste. Ma se esistesse somiglierebbe molto a uno dei piccoli centri urbani della provincia iblea, per la sua quiete solo di tanto in tanto spodestata da eventi eclatanti, per la semplicità dei suoi abitanti, per le basse pretese, forse qualche volta fin troppo basse.
Il secondo romanzo del modicano (trapiantato a Ispica) Gianni Stornello, Il figlio della ruota (2010, Prova d’Autore edizioni), sembra così prossimo a questi luoghi anche perché liberamente ispirato a vicende realmente accadute, sebbene poi tenute insieme dalla fantasia letteraria.
Il figlio della ruota, come altro può finire per esser chiamato un trovatello che, seppure andato incontro a fatti sorprendenti nella sua lunga esistenza, ha trascorso le prime ore di vita adagiato sulla ruota di una chiesa? Soprattutto in una terra dove il nomignolo resta incollato con più forza che non il nome stesso. La trama segue una catena di eventi di tutte le tonalità: momenti di tragicità nella dimensione socio-familiare, altri più pittoreschi ma al tempo stesso non meno drammatici, come l’inseguimento di un uomo che ha contribuito a rovinare una quotidianità serena seppure modesta (“Lei lo inseguiva e ci sputava. Ed io dietro a tutti e due. Davanti ad una porta, messo al sole, c’era ‘u strattu, profumato, pronto per dare sapore al sugo di maiale delle domeniche d’inverno. ‘U strattu era già compatto e si trovava su ‘nu scaniaturi che poggiava su due trispita. Ficarra si girò tutto e lo fece cadere per terra”). Momenti, però, di cui Stornello approfitta per incastonare tradizioni e caratteristiche locali, per ridestare dalla carta gli odori e le atmosfere tipiche della provincia ragusana. D’altronde Il figlio della ruota, prima che narrare la vicenda individuale del protagonista, prima che far luce sulle reazioni emotive dei principali personaggi, sembra scritto proprio come testimonianza del contesto storico e sociale in cui si svolge. Si parte dagli anni ’20 del Novecento, per arrivare nientemeno che alla fine del secolo.
Quando, alla presentazione del libro presso la libreria Mondadori di Modica, Lucia Trombadore chiede all’autore della storia perché un quindicenne di oggi dovrebbe leggerla, lui sorride e risponde: “Perché è uno spaccato della nostra Sicilia. Dove per ‘nostra’ intendo quella iblea, coi suoi luoghi così unici da renderla isola nell’isola”. Anche la ruota di Nirìa, sua seconda madre, sembra a sua volta un’isola, così protettiva e distante da tutto.
Qualcuno parla di pastiche, descrivendo lo stile letterario di Stornello, per il suo gusto di mescolare la lingua italiana al dialetto della Sicilia sud-orientale, questa fetta di terra dove il futuro, come vien detto nelle ultime pagine del libro, non c’è neanche nei verbi. Così sconosciuto, questo futuro, che come nella migliore tradizione i personaggi si dimostrano spesso tipi umani scettici nei confronti delle proprie possibilità, poco propensi al cambiamento, sempre così attaccati ai loro oggetti, anche se vecchi e consunti. Del resto, se dal passato non ci si svincola, del futuro non si può avere visione.

Lucia Grassiccia per Ondaiblea.it

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