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Il-presidente-Crocetta-con-Lucia-BorsellinoGrazie ad una rivelazione dell’Espresso sappiamo che un medico, un chirurgo estetico, pagato dalla collettività, direttore dell’Unità operativa complessa di Chirurgia plastica e maxillo facciale dell’azienda ospedaliera Villa Sofia-Cervello di Palermo, in carcere per truffa, falso, peculato e abuso d’ufficio, che si vanta di avere fra i suoi pazienti più affezionati il presidente della Regione Sicilia, si è permesso di fare apologia di reato, di uno dei reati più odiosi qual è quello di strage politico-mafiosa. Questo medico, riferendosi a Lucia Borsellino, assessore regionale alla Sanità fino a qualche giorno addietro, figlia del magistrato Paolo ucciso nel 1992, ha detto al telefono al presidente della Regione: “Va fermata, fatta fuori, come suo padre”.
Sono a dir poco sconcertato, indignato, amareggiato, arrabbiato…
Domenica 19 luglio sarà il 23esimo anniversario della Strage di Via D’Amelio, dove persero la vita proprio Paolo Borsellino e i suoi agenti di scorta, in un attentato spettacolare e tragico allo stesso tempo. In tanti la pensano come questo medico apologo di reato e amico di potenti. In tanti considerano Lucia Borsellino una rompiscatole o una professionista dell’antimafia. In tanti parteciperanno alle fiaccolate e utilizzeranno in questi giorni il volto di Falcone e Borsellino per rifarsi una verginità etica, politica e sociale. Tranne poi tradirsi al telefono, al bar, nei luoghi di lavoro, nella prassi quotidiana, svelando il vero volto di opportunisti e di trasformisti della loro stessa coscienza. Solo adesso, che lo scandalo è scoppiato, il presidente della Regione prende le distanze da questa frase. Ma è troppo tardi. Se Davide Faraone, plenipotenziario di Renzi in Sicilia, che fino a qualche giorno fa era dell’idea di tenere in vita con ogni mezzo il governo regionale, ora dice che il presidente deve dimettersi, siamo al capolinea. Ma non al capolinea di un governo. Siamo al capolinea di un sistema che prima diceva che la mafia non esisteva, poi ci andava a braccetto e dopo ancora si professava antimafia, salvo ovviamente fare affari e compromessi con i mafiosi e i loro accoliti per irrobustire la propria posizione di potere. E’ insostenibile un sistema fondato sull’ambiguità: mafia e antimafia sono due estremi che non possono mai toccarsi. Se solo si sfiorano, il cortocircuito è assicurato. Chiedetelo a Rosario Crocetta.

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7 giorni“Era arrivato il momento della ghazwa, la missione militare che avrebbe portato la Siqilliyya a fare professione di fede in un solo Dio e in un solo Profeta”. E’ il 2007. Muhammad Abdullah al-Dulaimi, cittadino italiano di evidenti origini arabe, laureato in Lettere in Italia e specializzato in Letteratura siciliana, sta sbarcando in Sicilia traghettando lo Stretto di Messina. La Siqilliyya è la Sicilia araba e le intenzioni di al-Dulaimi sono quelle di fare ritornare l’isola sotto il dominio arabo. In estrema sintesi è il contenuto del primo capitolo de “I sette giorni di Allah”, romanzo di Gianni Bonina, edito da Sellerio, uscito nel 2012. La frase fra virgolette è il pensiero che il protagonista fa al vedere dal traghetto le coste messinesi. Riletto oggi, il romanzo ha un sapore diverso da allora. Forse non esagero se dico che, fatte le debite differenze, “I sette giorni di Allah” sta alla Sicilia e all’Italia come “Sottomissione” di Michel Houellebecq sta alla Francia. Quest’ultimo è forse uscito con un tempismo e una coincidenza impressionanti rispetto al primo. Ma le cronache di queste ore sono particolarmente evocative: il califfato è praticamente sotto casa nostra e non è un segreto il fatto che nel mondo islamico c’è chi vagheggia il ritorno della Sicilia sotto la dominazione araba. “I sette giorni di Allah” è importante da questo punto di vista. Tecnicamente è un thriller alla Dan Brown: gli investigatori di mezza Sicilia, in particolare della Sicilia sudorientale, sono impegnati a sciogliere una serie di nodi, a studiare e capire (e con loro il lettore) fondamenti teologici musulmani e cristiani per risalire ad una catena di omicidi e di attentati che mirano a creare una vera e propria strategia della tensione, preparatoria ad una nuova “riconquista” della Sicilia. Gianni Bonina fa un lavoro che già allora considerai pregevole, proprio dal punto di vista culturale e anche teologico. Il romanzo è tra l’altro un ennesimo spot per il Sudest siciliano. Oggi assume uno spessore ed un significato che vanno ben oltre la banale suggestione e si cala prepotentemente nel contesto dell’attualità. Se Muhammad Abdullah al-Dulaimi riuscirà nell’intento non lo svelo in questa sede, ovviamente. Ma se fossi Sellerio “I sette giorni di Allah” lo riproporrei di corsa.

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italo il filmAppartengo alla generazione cresciuta davanti ai telefilm a puntate di Rin Tin Tin e di Lassie. Di straforo ho spesso incrociato in tv il Commissario Rex. Insomma l’umanizzazione del cane, magari di un cane di intelligenza e sensibilità spiccate (non è così anche per gli umani?) non è un novità. Allora, qual è la novità di Italo, il cane che oltre ad avere un nome aveva anche un cognome: Barocco? Italo ha ispirato il film omonimo, nei cinema proprio in questi giorni, per la regia di Alessia Scarso e la partecipazione di alcuni fra i più noti attori nostrani, da Andrea Tidona a Barbara Tabita e Marcello Perracchio, da Tuccio Musumeci a Lucia Sardo. Non dimenticando ovviamente i due protagonisti diciamo così nazionali Marco Bocci (nel film il sindaco Antonio Blanco) ed Elena Radonicich (la maestra Laura), l’esordio del bravissimo e giovanissimo Vincenzo Lauretta (Meno Blanco, figlio adolescente del sindaco), l’apparizione sul grande schermo di attori fino ad ieri dilettanti come Saro Spadola e Assunta Adamo e alcune comparse locali che in qualche caso recitano se stesse, come Giuseppe Savà e Carmelo Scarso.
La novità di Italo, rispetto a Lassie e Rin Tin Tin, è duplice: essere una figura storica, cioè realmente esistita, e di non avere un solo padrone, ma di averne uno diciamo così plurale, un’intera comunità. Ecco le due differenze di fondo, con i riflessi di ordine sociologico ed etologico che lasciamo approfondire ovviamente agli esperti di questi campi.
Il film mi è piaciuto e mi ha emozionato. Ma l’emozione mi è venuta non per la storia di Italo, per il semplice motivo che Italo, il cane storico, ho avuto la fortuna di conoscerlo. Un anno prima che il cane morisse, alla fine del 2010, il Circolo culturale “Vitaliano Brancati” di Scicli organizzò una presentazione del mio romanzo “Il figlio della Ruota”, uscito in quelle settimane. La serata si tenne nella sede del “Brancati”, in via Mormino Penna, il salotto di Scicli, bene dell’umanità dell’Unesco, la casa a cielo aperto di Italo, E Italo era lì, in sala. E ci fu presentato come si poteva presentare agli ospiti il farmacista o il segretario comunale. Al vedere “Italo” mi sono emozionato perché la storia di questo cane umanizzato è stata magistralmente intrecciata con il contesto, è stata incastonata nell’ambiente di quel Sudest in cui Italo è realmente vissuto: il barocco e i vicoli eleganti di Scicli, gli insediamenti archeologici di Cava Ispica, il mare di Ciriga, le feste religiose spagnoleggianti. E poi la ferrovia: quella ferrovia un tempo metafora di sviluppo, ed oggi emblema dell’abbandono cui la Sicilia è stata condannata: sconcertante coincidenza il fatto che “Italo” sia uscito proprio nei giorni in cui è stata annunciata la cancellazione dei treni a lunga percorrenza della Sicilia per Milano e Roma, mentre nel film è ricorrente l’immagine delle rotaie, di una stazione deserta dove ogni giorno alle dodici Natalino, il “pazzo” del paese interpretato da Tuccio Musumeci, aspetta quasi inutilmente l’arrivo della madre. “Italo” è il film dove al ristorante si ordina il macco con le fave, dove le notizie belle e brutte, come la malattia mortale di Italo, si trasmettono istantaneamente di bocca in bocca, dove il venditore ambulante fa sentire la sua voce fuori campo in più di un’occasione alla stregua del muezzin arabo, come avveniva in “Divorzio all’italiana” di Pietro Germi, col quale “Italo” ha in comune anche una sequenza veloce della rappresentazione delle facciate barocche delle chiese del posto. Insomma “Italo” ambisce ad essere un nuovo megaspot per il territorio ibleo e la rappresentazione di una Sicilia piena di vizi e virtù, certo, ma dove fra queste ultime c’è anche quella della sensibilità per ogni essere che vive e corrisponde con noi (come le piantine di Meno Blanco). Operazioni di ottimo livello che rispondono alle migliori intenzioni di chi ha pensato, diretto, prodotto il film e che compensano, fino a farle dimenticare, la lentezza di certi suoi passaggi e l’inverosimiglianza di una figura come quella del sindaco Blanco. In altre occasioni ho detto che Italo può essere un treno o un cane. Dopo avere visto “Italo” posso dire che per noi è entrambe le cose: un animalaggio (conio orribile, lo riconosco, ma mi sia consentito per il parallelismo con personaggio) che ci può aiutare ad andare lontano. Anche senza le corse a lunga percorrenza di Trenitalia.
Per vedere o rivedere il trailer clicca sul video qui sotto.

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autostrada siracusa gelaLa costruzione del tratto Rosolini-Modica dell’Autostrada Siracusa-Gela sarà presto avviata. Quando l’arteria entrerà in esercizio, Ispica correrà un grosso rischio di isolamento. Incuneata com’è nel Val di Noto, diversamente definito come “Luoghi di Montalbano”, sarà schiacciata nella morsa costituita da Noto e Siracusa da una parte e Modica, Scicli e Ragusa dall’altra. Oggi il turista che insegue i siti tardo-barocchi riconosciuti dall’Unesco, da Ispica è costretto a passare. Con l’autostrada no. Mentre questo sarà un bene per i mezzi pesanti che producono solo inquinamento acustico e ambientale, limitano la durata dell’asfalto nel tratto urbano di Statale 115 e mettono a rischio la sicurezza stradale, per il turismo, e tutto quello che ad esso è collegato, sarà un danno. Prima che i cantieri finiscano, abbiamo tutto il tempo necessario per fare in modo che Ispica eserciti un’attrattiva specifica, inducendo il turista a fermarsi da noi, visitare i nostri luoghi, pernottare, fare compere ed avere un ricordo positivo da trasmettere col classico e sempre efficace “passa parola”. La premesse ci sono per potere raggiungere un risultato del genere. Ma occorre che l’abbinamento politica-amministrazione produca risultati concreti in questo senso. Ovviamente parlo dell’Amministrazione che verrà dopo le elezioni di primavera: parlare di queste cose oggi è inutile. Se puntiamo sul fatto di avere collina e mare nel raggio di sei chilometri, se puntiamo sull’avere nel centro urbano beni architettonici ed archeologici di prim’ordine, se puntiamo su quel nostro “Grand Canyon” che è Cava Ispica e sull’enogastronomia (carota igp e sesamo, l’unico cento per cento italiano, le cantine che mietono premi e riconoscimenti, la masserie e gli agriturismi con i loro menu tipici…), se “vendiamo” Ispica per ciò che è stata nella letteratura (“Profumo” di Luigi Capuana) e nel cinema (da “Divorzio all’italiana” a “Il Viaggio”, da “Montalbano” a “Kaos”) scopriremo che non occorre fare gran che per evitare uno “splendido isolamento” che non meritiamo. Occorre “fare”. Ecco il punto. Avere le idee chiare e la coscienza di vivere in una città dalle mille risorse che forse noi stessi dobbiamo rispettare e scoprire per primi.

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piergiorgio_gerratanaSe vuoi screditare una persona che inaspettatamente ricopre un ruolo di responsabilità basta dirgli “giovane”. E’ quanto sta accadendo in queste ore a Piergiorgio Gerratana, 31 anni, consigliere comunale del Pd di Rosolini, con un attentato intimidatorio subito circa un anno fa alle spalle. Gerratana è stato nominato ieri sera dal presidente Crocetta assessore regionale al Territorio e all’Ambiente. Non sono un giovanilista accanito, preferendo distinguere fra capaci e non capaci, coraggiosi e pavidi, volenterosi disinteressati e svogliati a caccia solo di poltrone. Molta stampa di vario genere questa distinzione non la sta facendo, ricorrendo all’aggettivo “giovane” quasi per dire “ma questo dove pensa di andare?”. Come se gli adulti, i “grandi”, i “maturi” non siano i responsabili dello sfascio in cui ai vari livelli ci troviamo.

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