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OraSI Ispica referendum costituzionaleNasce “Ora Sì Ispica”, il comitato per il Sì al referendum costituzionale di ottobre, fortemente voluto dal presidente del Consiglio Matteo Renzi. Il Comitato è ospitato nella sede del Circolo del Partito Democratico “John Fitzgerald Kennedy”, in via Mazzini 34, ed è coordinato da Roberto Luca, componente il Coordinamento dello stesso circolo “Kennedy”. Obiettivo del Comitato “Ora Sì Ispica” è quello di riunire e mettere in rete i sostenitori del Sì, al di là delle loro appartenenze politiche e della loro militanza, cercando di aprirsi il più possibile ai semplici cittadini che condividono la convinzione che la scelta del Sì rappresenta una grande opportunità di cambiamento della politica e di efficienza nell’azione di governo degli organi dello stato. Il Comitato “Ora Sì Ispica” prenderà delle iniziative già nei prossimi giorni per spiegare i contenuti delle modifiche costituzionali oggetto del referendum confermativo di ottobre.

Se vinceranno i Sì, saranno in vigore diverse riforme alla Costituzione, fra le quali sono degne di nota la riduzione del numero dei parlamentari, con un Senato non più elettivo, l’abolizione del CNEL, l’attribuzione diretta allo stato di materie come l’ambiente, la gestione di porti e aeroporti, trasporti e navigazione, produzione e distribuzione dell’energia, politiche per l’occupazione, sicurezza sul lavoro, ordinamento delle professioni ed importanti modifiche al quorum che rende valido un referendum abrogativo. Infine, se vinceranno i Sì, per proporre una legge d’iniziativa popolare non saranno più sufficienti 50mila firme, ma ne serviranno 150mila.

Riforma Costituzionale 1

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Il-presidente-Crocetta-con-Lucia-BorsellinoGrazie ad una rivelazione dell’Espresso sappiamo che un medico, un chirurgo estetico, pagato dalla collettività, direttore dell’Unità operativa complessa di Chirurgia plastica e maxillo facciale dell’azienda ospedaliera Villa Sofia-Cervello di Palermo, in carcere per truffa, falso, peculato e abuso d’ufficio, che si vanta di avere fra i suoi pazienti più affezionati il presidente della Regione Sicilia, si è permesso di fare apologia di reato, di uno dei reati più odiosi qual è quello di strage politico-mafiosa. Questo medico, riferendosi a Lucia Borsellino, assessore regionale alla Sanità fino a qualche giorno addietro, figlia del magistrato Paolo ucciso nel 1992, ha detto al telefono al presidente della Regione: “Va fermata, fatta fuori, come suo padre”.
Sono a dir poco sconcertato, indignato, amareggiato, arrabbiato…
Domenica 19 luglio sarà il 23esimo anniversario della Strage di Via D’Amelio, dove persero la vita proprio Paolo Borsellino e i suoi agenti di scorta, in un attentato spettacolare e tragico allo stesso tempo. In tanti la pensano come questo medico apologo di reato e amico di potenti. In tanti considerano Lucia Borsellino una rompiscatole o una professionista dell’antimafia. In tanti parteciperanno alle fiaccolate e utilizzeranno in questi giorni il volto di Falcone e Borsellino per rifarsi una verginità etica, politica e sociale. Tranne poi tradirsi al telefono, al bar, nei luoghi di lavoro, nella prassi quotidiana, svelando il vero volto di opportunisti e di trasformisti della loro stessa coscienza. Solo adesso, che lo scandalo è scoppiato, il presidente della Regione prende le distanze da questa frase. Ma è troppo tardi. Se Davide Faraone, plenipotenziario di Renzi in Sicilia, che fino a qualche giorno fa era dell’idea di tenere in vita con ogni mezzo il governo regionale, ora dice che il presidente deve dimettersi, siamo al capolinea. Ma non al capolinea di un governo. Siamo al capolinea di un sistema che prima diceva che la mafia non esisteva, poi ci andava a braccetto e dopo ancora si professava antimafia, salvo ovviamente fare affari e compromessi con i mafiosi e i loro accoliti per irrobustire la propria posizione di potere. E’ insostenibile un sistema fondato sull’ambiguità: mafia e antimafia sono due estremi che non possono mai toccarsi. Se solo si sfiorano, il cortocircuito è assicurato. Chiedetelo a Rosario Crocetta.

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Leopolda siciliana sicilia 2.0Cala il sipario sulla “Leopolda siciliana”, la kermesse politica e programmatica fortemente voluta da Davide Faraone, sottosegretario all’Istruzione, plenipotenziario di Matteo Renzi in Sicilia e, in virtù di questo, uomo forte della politica isolana. Dico subito che ci sono andato con grande entusiasmo e ne sono tornato con maggiore motivazione. La parola “cambiamento” è pericolosa in Sicilia. Siamo la terra dei Gattopardi e, anche in questa “due giorni” palermitana, è stato detto e l’abbiamo anche visto. Abbiamo visto persone interessate solo a recarsi alla “Corte del Faraone” piuttosto che sedere ai tavoli programmatici e dare il loro contributo di idee. Abbiamo visto pezzi del vecchio sistema di potere creato da Cuffaro prima e da Lombardo poi cercare di accreditarsi. Ma chi vuole veramente cambiare la Sicilia deve fare tesoro del messaggio crudo e realista di Leonardo Sciascia, echeggiato dal palco di Sicilia 2.0 per bocca di Roberto Alajmo, giornalista, scrittore, uomo di cultura oggi impegnato nel rilancio del Teatro Biondo di Palermo, di cui è direttore. “La Sicilia è terra irredimibile – disse una volta Sciascia – ma noi ci dobbiamo comportare come se non lo fosse”. Una sorta di parafrasi di quel “politica arte del possibile”. Sarò un ingenuo, ma credo ed ho fiducia in un paio di parole d’ordine rilanciate proprio da Davide Faraone fra sabato e domenica. La prima è che “vogliamo vincere e per farlo dobbiamo essere grandi”. Ma ha poi posto due paletti, per me impegnativi ed importanti: “Conserviamo nel nostro Pantheon i nomi e l’esempio di Pio La Torre e Piersanti Mattarella”. L’altra, molto più pragmatica: “Dobbiamo chiedere allo Stato di investire sulle nostre ricchezze e non sulle nostre povertà”. Un modo infiocchettato per dire che la Sicilia, la prima cosa che deve fare, è uscire dalla logica dell’assistenzialismo. Dicendo questo parliamo di cose, belle condivise, applaudite. Anche da chi c’era per avere o conservare un “posto al sole”. Ma il problema non è di Faraone: è della politica. Trovate, oggi, un contenitore politico di idee, di proposte, di governo. Non c’è, ad eccezione del Pd e del Pd di Matteo Renzi. Che in Sicilia è il Pd di Davide Faraone. L’ha bene spiegato un uomo di potere quale è sicuramente il rettore dell’Università di Palermo, Roberto Lagalla che nell’era Cuffaro era assessore regionale alla Sanità, carica rivestita oggi da una giovane signora che si chiama Lucia Borsellino (anche lei intervenuta). Lagalla ha detto, fra l’altro: “Caro Davide, a te va riconosciuto il merito di avere riaperto il dibattito, di avere riaperto la piazza, l’”agorà””. Quello di Sicilia 2.0 è stato anche il palco calpestato da Giuseppe Cimarosa (nella foto è lui che interviene). E’ di Castelvetrano e si occupa di cavalli. Cimarosa è nipote del boss latitante di Cosa Nostra Matteo Messina Denaro. Ebbene, ha “ripudiato” il parente scomodo, lanciando un messaggio forte in terra di Sicilia: la mafia si può anche ripudiare se ce l’hai in famiglia. Infine una riflessione tutta personale. L’avere ritrovato, in quella sede, vecchi amici della Rete, Pippo Russo, Manlio Mele, Loris Sanlorenzo, Davide Camarrone, mi ha ulteriormente dato fiducia. Con loro, nei primissimi anni ’90, seguii l’esperienza di Leoluca Orlando per cambiare la politica, ricorrere a nuovi strumenti, partire dal confronto sui problemi. Insomma la storia continua. Come la politica.

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falcomatà-renziBasta leggere i giornali per sapere come sia difficile la Calabria. Per motivi di lavoro ci vado spesso e mi confronto con realtà imprenditoriali ed istituzionali che giorno dopo giorno devono fare i conti non solo con la crisi e con il lavoro che non c’è, ma anche con la più potente delle mafie che è la ‘ndrangheta, forte di una capillarità tanto penetrante quanto asfissiante, e con la mala-politica che nella stragrande maggioranza dei casi con la ‘ndrangheta va a braccetto. Reggio Calabria è la metafora geografica di tutto questo: un’Amministrazione comunale di centro-destra sciolta per mafia, un Comune in dissesto finanziario il cui ex sindaco, Giuseppe Scopelliti, diventato nel frattempo presidente della Regione del Nuovo Centro Destra di Alfano, è costretto alle dimissioni da governatore perché condannato a sei anni per la voragine di bilancio creata quando era sindaco. Oggi la reazione. Il Centro-sinistra e delle liste civiche eleggono al primo turno con il 61% Giuseppe Falcomatà (nella foto con Matteo Renzi), 31 anni, figlio di Italo Falcomatà, popolare e fattivo sindaco di Reggio Calabria, ucciso dalla leucemia nel 2001 quando era in carica ed era impegnato a dare vita alla cosiddetta “Primavera di Reggio Calabria”: buona amministrazione, mafie al bando, investimenti produttivi, lotta agli sprechi. Vedremo se il figlio Giuseppe sarà capace di riprendere da dove il padre ha dovuto lasciare. A tutto questo da Ispica, dalla Sicilia, dobbiamo guardare con grande interesse ed attenzione. Anche nelle realtà difficili, anche dove la crisi generale si sovrappone alla crisi amministrativa fatta anche del dissesto finanziario dell’ente locale per eccellenza, è possibile indicare una speranza credibile. La notizia della grande vittoria del Centro-sinistra e di Giuseppe Falcomatà a Reggio Calabria, per una banale coincidenza, arriva assieme ad un documento tutto ispicese, tutto locale, del circolo “John Fitzgerald Kennedy” del Pd nel quale si indica chiaramente qual è la prospettiva, il progetto: la proposizione di un’“Amministrazione progressista e di cambiamento” per Ispica con la quale si superi il passato e si riprenda un percorso virtuoso, con i conti in ordine, con i diritti garantiti, con le realizzazioni di opere pubbliche e di infrastrutture con il ricorso ai fondi comunitari, con il territorio insieme armonico di centro urbano, costa e zone rurali, con un modello di sviluppo fondato sul turismo… Nel documento si parla chiaramente di incontri in corso fra le forze politiche estranee allo sfascio in cui il centro-destra ha ridotto Ispica, dando un segnale chiaro che è con una saggia politica di alleanze coerenti che si può costruire un’alternativa di governo cittadino. Da Reggio Calabria ci dicono che è possibile fare tutto questo. Se in Calabria è possibile, ad Ispica si deve!

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