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Giovanni FalconeOggi 23 maggio. Ricorre il ventitreesimo anniversario della strage mafiosa (e non solo) di Capaci, dove morirono Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, anche lei magistrato, e tre agenti della scorta: Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. Tante le commemorazioni di oggi, più o meno sentite, più o meno di facciata. Ognuno di noi scruti la propria coscienza su quello che fa contro mafie e mafiosità varie. Ma oggi è un giorno particolare anche per la beatificazione di monsignor Oscar Romero, arcivescovo di San Salvador, ucciso nel 1980 mentre stava celebrando messa. Romero era impegnato nel denunciare le violenze della dittatura militare di stampo fascista del suo paese, pastore coraggioso che schierò la Chiesa dalla parte dei poveri, degli oppressi e dei più deboli. Insomma dove doveva stare. Per questo era considerato un “comunista”, lui fatto arcivescovo in quanto “conservatore”.

Oscar Romero La beatificazione di monsignor Romero giunge tardi, forse per la timidezza della Chiesa nell’affrontare temi delicati, come quelli del rapporto fra Chiesa latino-americana e marxismo. E’ comunque un dato di fatto che oggi Oscar Romero è a tutti gli effetti un martire e in quanto tale onorato sugli altari. Innegabile il ruolo di papa Francesco al riguardo. Falcone e Romero hanno in comune il senso di due loro frasi famose. Falcone: “Gli uomini passano, le idee restano”; Romero: “Se mi uccidono, resusciterò nel popolo”. Entrambi preconizzavano il loro destino, ma sapevano anche che i loro sacrifici non sarebbero stati vani per il moto di ribellione, la presa di coscienza e l’intensità di civismo e di fede che avrebbero determinato.

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Leonardo-Sciascia-Foto-Ansa_h_partbL’espressione di Leonardo Sciascia creò un vespaio di polemiche. L’intellettuale di Racalmuto, in un memorabile articolo uscito sul Corriere della Sera il 10 gennaio 1987, definì Leoluca Orlando e Paolo Borsellino “professionisti dell’antimafia”: sulla loro lotta alla mafia, secondo Sciascia, il sindaco della “Primavera di Palermo” e il magistrato legatissimo a Falcone stavano fondando le loro fortune politiche e professionali. C’è da chiedersi come Sciascia definirebbe oggi Antonello Montante, di Caltanissetta, presidente degli industriali siciliani, presidente della locale Camera di commercio, presidente di tutte le Camere di commercio dell’isola, consigliere per Banca d’Italia, delegato nazionale di Confindustria per la legalità e membro dell’Agenzia nazionale dei beni confiscati, carica dalla quale si è al momento autosospeso per un’indagine a suo carico per concorso esterno in associazione mafiosa. Ecco il punto. La mafia. Montante era considerato uno che la mafia l’aveva sfidata. Ivan Lo Bello, suo predecessore alla guida di Sicindustria, che aveva cacciato dall’associazione gli imprenditori che pagavano il pizzo, lo considerò suo delfino. Il presidente della Regione Rosario Crocetta (di Gela, provincia di Caltanisetta, quindi conterraneo di Montante) lo considerò da subito interlocutore privilegiato quale rappresentante di quel “partito degli industriali” che esprime l’assessore alle Attività produttive Linda Vancheri (anche lei calatina) e Alfonso Cicero (anche lui calatino) che presiede l’Irsap, l’istituto che accorpa le vecchie ASI, i consorzi per la gestione delle aree di sviluppo industriale della Sicilia. Oggi Attilio Bolzoni ed Emanuele Lauria su Repubblica.it calano il carico da 11: Montante, grazie ai buoni uffici della Regione, ha messo le mani sull’Expo. L’affare dell’anno. Per pochi, ovviamente. Non so se Orlando e Borsellino siano stati dei “professionisti dell’antimafia”. La cronaca e la storia ci aiutano moltissimo a capire se lo sono stati e no, se ci hanno rimesso qualcosa o no. Montante credo che un po’ di vantaggi li abbia avuti. Capacità imprenditoriale? Risarcimento per la sovraesposizione contro le cosche? O, come scrivono Bolzoni e Lauria, semplice e banale “impostura”? Crocetta deve smarcarsi al più presto da questa vicenda. Altrimenti è come se l’avviso di garanzia a Montante sia stato inviato a lui. Confermando ancora una volta la profezia (o la maledizione) che è praticamente impossibile che un presidente della Regione Sicilia chiuda il suo mandato senza un’inchiesta giudiziaria pesante sulle spalle.
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