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Leopolda siciliana sicilia 2.0Cala il sipario sulla “Leopolda siciliana”, la kermesse politica e programmatica fortemente voluta da Davide Faraone, sottosegretario all’Istruzione, plenipotenziario di Matteo Renzi in Sicilia e, in virtù di questo, uomo forte della politica isolana. Dico subito che ci sono andato con grande entusiasmo e ne sono tornato con maggiore motivazione. La parola “cambiamento” è pericolosa in Sicilia. Siamo la terra dei Gattopardi e, anche in questa “due giorni” palermitana, è stato detto e l’abbiamo anche visto. Abbiamo visto persone interessate solo a recarsi alla “Corte del Faraone” piuttosto che sedere ai tavoli programmatici e dare il loro contributo di idee. Abbiamo visto pezzi del vecchio sistema di potere creato da Cuffaro prima e da Lombardo poi cercare di accreditarsi. Ma chi vuole veramente cambiare la Sicilia deve fare tesoro del messaggio crudo e realista di Leonardo Sciascia, echeggiato dal palco di Sicilia 2.0 per bocca di Roberto Alajmo, giornalista, scrittore, uomo di cultura oggi impegnato nel rilancio del Teatro Biondo di Palermo, di cui è direttore. “La Sicilia è terra irredimibile – disse una volta Sciascia – ma noi ci dobbiamo comportare come se non lo fosse”. Una sorta di parafrasi di quel “politica arte del possibile”. Sarò un ingenuo, ma credo ed ho fiducia in un paio di parole d’ordine rilanciate proprio da Davide Faraone fra sabato e domenica. La prima è che “vogliamo vincere e per farlo dobbiamo essere grandi”. Ma ha poi posto due paletti, per me impegnativi ed importanti: “Conserviamo nel nostro Pantheon i nomi e l’esempio di Pio La Torre e Piersanti Mattarella”. L’altra, molto più pragmatica: “Dobbiamo chiedere allo Stato di investire sulle nostre ricchezze e non sulle nostre povertà”. Un modo infiocchettato per dire che la Sicilia, la prima cosa che deve fare, è uscire dalla logica dell’assistenzialismo. Dicendo questo parliamo di cose, belle condivise, applaudite. Anche da chi c’era per avere o conservare un “posto al sole”. Ma il problema non è di Faraone: è della politica. Trovate, oggi, un contenitore politico di idee, di proposte, di governo. Non c’è, ad eccezione del Pd e del Pd di Matteo Renzi. Che in Sicilia è il Pd di Davide Faraone. L’ha bene spiegato un uomo di potere quale è sicuramente il rettore dell’Università di Palermo, Roberto Lagalla che nell’era Cuffaro era assessore regionale alla Sanità, carica rivestita oggi da una giovane signora che si chiama Lucia Borsellino (anche lei intervenuta). Lagalla ha detto, fra l’altro: “Caro Davide, a te va riconosciuto il merito di avere riaperto il dibattito, di avere riaperto la piazza, l’”agorà””. Quello di Sicilia 2.0 è stato anche il palco calpestato da Giuseppe Cimarosa (nella foto è lui che interviene). E’ di Castelvetrano e si occupa di cavalli. Cimarosa è nipote del boss latitante di Cosa Nostra Matteo Messina Denaro. Ebbene, ha “ripudiato” il parente scomodo, lanciando un messaggio forte in terra di Sicilia: la mafia si può anche ripudiare se ce l’hai in famiglia. Infine una riflessione tutta personale. L’avere ritrovato, in quella sede, vecchi amici della Rete, Pippo Russo, Manlio Mele, Loris Sanlorenzo, Davide Camarrone, mi ha ulteriormente dato fiducia. Con loro, nei primissimi anni ’90, seguii l’esperienza di Leoluca Orlando per cambiare la politica, ricorrere a nuovi strumenti, partire dal confronto sui problemi. Insomma la storia continua. Come la politica.

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