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Arcivescovo Lorefice IspicaUn pianto liberatorio. Questo ricordo dell’esperienza fatta circa quarant’anni fa insieme a Corrado Lorefice, oggi arcivescovo di Palermo. Eravamo alla Scala, il posto quasi incantato nei dintorni di Noto, dove d’estate si tenevano e si tengono ancora i campeggi estivi dei giovani e dei giovanissimi delle comunità ecclesiali della diocesi. Gli organizzatori non lo dicevano molto, ma si trattava di “Corsi di orientamento vocazionale”: insomma una forma di “reclutamento” di possibili sacerdoti. Folto il gruppo di Ispica nel quale, fra gli altri, ci ritrovavamo Corrado Lorefice ed io. Lui era già pronto per entrare in seminario, lo sapevamo tutti. Ma era più una diceria che una certezza. Sul finire del campeggio, fatto di momenti ludici, riflessioni, celebrazioni, forme di socializzazione molto interessanti e formative, ci riunimmo tutti in un grande salone. Ricordo che i fra i sacerdoti che conducevano quel momento c’erano don Ottavio Ruta e don Stefano Trombatore. Ognuno di noi comunicava le proprie sensazioni, quello che aveva avuto modo di acquisire da quella settimana trascorsa lontana da casa, con dei coetanei, in un confronto costante con stimoli che sollecitavano la nostra fede. Corrado Lorefice era insieme a noi ovviamente. Eravamo seduti accanto, nel grande cerchio dei ragazzi partecipanti. Quando fu il suo turno si distinse subito: convinto, con la sua voce da adolescente sì, ma già potenzialmente intensa come oggi la sentiamo. Ci parlò delle sue intenzioni, delle sue esitazioni, dei suoi dubbi. Poi la sua voce cominciò a tremare. Una lacrima gli scivolò su una guancia. “Nonostante tutto questo una decisione l’ho presa: entro in seminario, voglio fare il sacerdote”. E giù con un pianto liberatorio, dopo quelle parole liberatorie e definitive. Corrado si alzò, singhiozzando, e fu stretto in una abbraccio da don Ottavio Ruta. Che lo indicò a noi come modello. Eravamo una cinquantina di ragazzi. Di quella settimana fu quello il momento più emozionante e toccante.
Mi è venuto in mente due settimane fa, quando nel corso del concerto in memoria di don Paolo Ferlisi tenuto nella chiesa dell’Annunziata di Ispica. Don Corrado Lorefice, parroco di San Pietro di Modica, ma “nunziataro” di nascita e di crescita, intervenne. E disse delle cose, semplici, efficaci. Facendo fare a tutti caso che don Ferlisi era spirato a qualche ora di distanza dall’anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II, l’11 ottobre. E concluse, come spesso gli capita, con una battuta: “Vi dico che un giorno dopo compio il compleanno, ma questo è un dettaglio”.
Non è un dettaglio, caro arcivescovo. Tu oggi sei scelto in virtù dello spirito e dei sogni di quel concilio: lo spirito e i sogni di una Chiesa aperta, appartenente al Popolo di Dio e non agli apparati curiali. Alla Chiesa di papa Francesco, dedita agli ultimi, ai deboli, a quelli che non ce la fanno. Hai svolto il tuo ministero sacerdotale a San Pietro a Modica, ponendoti all’ascolto e avendo grande considerazione per la Casa don Puglisi che rappresenta una realizzazione significativa di cos’è la carità. Andrai a Palermo, dove don Puglisi operò, testimoniò la sua fede e il suo essere sacerdote e dove per tutto questo fu martirizzato. Non tutto accade per caso, don Corrado.

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