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copertina_il_figlio_della_ruota2 Ci sono storie, personaggi, vicende che meritano di essere portate alla luce, conosciute e raccontate. Gianni Stornello, con “Il figlio della ruota” – Prova d’Autore Editore, fa tutto ciò e lo fa anche bene. A cinque anni dalla sua prima fatica letteraria , “La libertà sbagliata”, torna in libreria ad arricchire l’autobiografia della Sicilia, di questa parte ragusana, continuando a percorrere luoghi, strade, palazzi, chiese, piazze di città care all’autore, affascinando chi decide di intraprendere un piacevole viaggio tra i vari capitoli del romanzo.

Una scrittura avvincente, intrigante, che ti fa divorare una dopo l’altra le pagine del libro, nel malriuscito tentativo di acquietare la curiosità che questo innesca con la sua lettura. Quiete che si placa non all’ultima pagina ma, addirittura, nelle ultime parole dell’ultimo capoverso, quasi che l’autore si sia voluto divertire con il lettore, svelando a poco a poco, lasciando intuire, ma non lesinando colpi di scena.
Per Stornello narrare non è romanzare, ma diventa un’operazione di verità, di scavo, tanto da lasciare indistinti i confini tra finzione e realtà, vicenda storica e fantasia. Riesce, ancora una volta, a cucire bene, abbinando stoffe differenti, un vestito armonioso, ben modellato.
A Collecalandra, nel Val di Noto, con le sue tradizioni ancor oggi fortemente sentite e vive nella tradizione popolare, conosciamo Andrea Bennardo, per tutti Niria, personaggio principale di questa vicenda che si dipana in un arco temporale di una novantina d’anni. Attorno al protagonista rilevanti il ruolo della madre Rosa, di don Totò Traina, ’u signurinu, padre naturale di Niria, di padre Vincenzo, guardiano del convento di Ghiuse, di Tita, la moglie, di Vanni Colombo, ex appuntato dei carabinieri convertitosi al commercio di fiori, del giovane avvocato Luigi Spadaro.
E’ la storia di un trovatello, un bastardieddu, un figlio della ruota, quella ruota che esponeva i piccoli infelici alle intemperie e ai pregiudizi del tempo. Niria, il protagonista, non smette di lottare per vedere riconsociuto il proprio rapporto di filiazione con il padre, quel Traina u signurinu, ricco proprietario terriero, cui la madre Rosa faceva da criata, assolvendo anche alle sue esigenze più intime.
Una storia vera, sullo sfondo della Sicilia del novecento, piena di contraddizioni, ma anche di slanci di solidarietà. In Niria è fortemente radicato il senso della giusitizia, individuale e sociale; l’orgoglio di lottare per qualcosa che si crede giusto e lottare affrontando i pregiudizi e le maldicenze di un piccolo paese dove la gente addita le tue origini, facendotene una colpa. Niria sceglie di restare, di non emigrare, facendo un lavoro umile, offerto dai monaci suoi amici. Accanto a lui Tita, la moglie, i figli.
Oramai vecchio, stanco, deluso, scoraggiato, Niria sembra rassegnato a chiudere la sua esistenza rimanendo per sempre e per tutti u bastardieddu. La giustizia, con il suo vagare lento, giunge all’oramai inspirato verdetto. In nome del popolo italiano, il Tribunale… riconosce che Andrea Bennardo… è figlio di Traina… con tutto ciò che ne consegue.
Basterà una sentenza a ripagarlo dei torti subiti dalla vita?

Gianfranco Di Martino per IlGiornalediRagusa.it

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