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crack-finanziarioCerto che il Comune di Ispica ha proprio intenzione di prendere la Corte dei conti per sfinimento. In un solo giorno i magistrati contabili si sono occupati di noi e dei conti del nostro comune in due adunanze, dando vita ad altrettante deliberazioni. Di una, la numero 92/2015, sapevamo già e ne avevo parlato (vedi). Di un’altra, la più corposa, parliamo oggi. La Deliberazione è la numero 127/2015 e prende in esame il rendiconto della gestione 2012. Occorre fare una precisazione. La Deliberazione 92/2015 si riferisce all’esercizio 2013, ma sulla scorta di un referto redatto dal sindaco, con il parere dei revisori dei conti, e mette a fuoco una serie di aspetti: dai controlli interni alla corrispondenza fra obiettivi e risultati di gestione. La Deliberazione 127/2015 prende invece in esame l’esercizio 2012 sulla base di una relazione dei revisori dei conti, relazione che la corte contabile ha ricevuto l’8 maggio 2014. Quest’ultimo è un controllo diverso e “fotografa” la reale situazione finanziaria chiedendo poi all’Amministrazione e al Consiglio comunale di attivare le necessarie misure correttive. Insomma si tratta dei cosiddetti “compiti a casa”. Ebbene, va detto che il Comune di Ispica si è rivelato seriamente inadempiente. Prima di tutto per il “ritardo nell’approvazione del rendiconto sulla gestione per l’esercizio 2012, avvenuta in data 17/06/2013”. Poi per i numeri: il disavanzo di amministrazione per l’esercizio 2012 è di 3.370.756,18 euro, mentre il disavanzo della gestione di competenza è 509.854,04 euro. Il Comune di Ispica viene classificato come “ente strutturalmente deficitario” perché ha superato sette parametri obiettivi su dieci riguardanti la mancata riscossione di tasse (quindi nessuna lotta all’evasione fiscale), l’elevata consistenza di debiti fuori bilancio da sentenze esecutive (2.147.809,08 euro più 5.050.332,20 euro “senza individuazione alcuna di mezzi di finanziamento”) e in alcuni casi senza che siano passati dal Consiglio comunale per il dovuto riconoscimento. Ci sono ancora anticipazioni di tesoreria non rimborsate superiori al 5% delle entrate correnti e la già segnalata mancata adozione, da parte del Consiglio comunale, di misure correttive necessarie già chieste in precedenza e sui cui il Consiglio ha fatto orecchio da mercante. La Deliberazione va letta tutta, anche per venire a conoscenza di altri particolari: come la mancanza di memorie dell’Amministrazione e l’affermazione, attribuita dalla Corte dei conti al sindaco, secondo la quale al Comune di Ispica mancherebbero dirigenti (le cosiddette “figure apicali”) “competenti”. La stessa Corte precisa che l’attuale sindaco è in carica “da 9 anni”. Per leggere e scaricare la Deliberazione integrale clicca qui.

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SILENZIO-INNOCENTIC’è stato un tempo ad Ispica in cui uno starnuto della Corte dei conti era sintomo di una polmonite e un provvedimento che riguardava il personale scatenava la reazione di sindacati e forze politiche. Questo tempo sembra essere passato. Evidentemente il clamore non paga elettoralmente. La campagna elettorale è avviata e meno si parla, meglio è. Occorre dare alla città un’idea rassicurante, rilassante. Insomma cloroformio a litri per offrire all’opinione pubblica un’idea di normalità. Tutto questo a danno della trasparenza ovviamente. La Corte dei conti è uscita recentemente con un provvedimento non tenero nei confronti dell’Amministrazione comunale. Qualche giorno fa la notizia è stata data dal Giornale di Sicilia e su radiortm.it. Si tratta di una deliberazione conseguente ad un’udienza tenuta il 13 novembre 2014 e depositata solo il 10 febbraio 2015. Il periodo di riferimento è il 2013. Diverse le criticità segnalate. Chi avrà la pazienza di leggere il provvedimento integrale vedrà anche qualche sorpresa in tema di controlli interni, trasparenza, appalti, concessione a terzi dei beni pubblici, evasione fiscale. Tutta una serie di inadempienze che rendono il Comune di Ispica ancora sotto tutela della Corte dei conti, anche a seguito della condizione di dissesto finanziario in cui si trova. (Per scaricare la deliberazione integrale clicca qui).
Poi il personale. La Giunta ha varato una nuova rideterminazione della dotazione organica (scaricala da qui), cercando maldestramente di aggiustare il tiro dopo che il primo provvedimento aveva provocato un ricorso al Tar di alcuni dipendenti e l’interrogazione parlamentare della senatrice del Pd Venerina Padua (scaricala da qui). Dopo il nuovo provvedimento è intervenuta la Cisl, sindacato notoriamente moderato e spesso filo-governativo ai vari livelli. Il sindacato chiede nientemeno che la revoca in autotutela della nuova delibera di rideterminazione. Ora, si revoca in autotutela un provvedimento illegittimo. Quindi la Cisl sostiene l’illegittimità del provvedimento. La Cisl incentra la sua iniziativa sulla difesa dei doposcuolisti e contro il gran numero di dirigenti previsti. A meno di clamorose retro-marcia, la Cisl un ricorso lo farà. E la prova che non scherza è data non solo dal fatto che la lettera di richiesta di revoca in autotutela inviata all’Amministrazione sia stata firmata, oltre che dal segretario territoriale Antonio Nicosia, dal segretario della Funzione pubblica Daniele Passanisi, ma anche dal particolare che il comunicato stampa con cui si dà notizia della cosa porta una dichiarazione “politica” del segretario generale della Cisl, di tutta la Cisl, di Siracusa e Ragusa, Paolo Sanzaro. Dichiarazione “politica” perché viene fra l’altro rilevato come si tratti di “una scelta assunta da una Giunta a fine mandato”. Dunque per sapere che la Corte dei conti continua a “bacchettare” il Comune di Ispica dobbiamo seguire la stampa (non tutta purtroppo); per sapere che l’Amministrazione comunale di Ispica produce atti illegittimi dobbiamo leggere i documenti e le prese di posizione della “bolscevica” Cisl. Opposizioni, consiglieri comunali, candidati, grandi innovatori e portatori del gran cambiamento: silenzio! Sì, il silenzio dei conniventi.

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Leopolda siciliana sicilia 2.0Cala il sipario sulla “Leopolda siciliana”, la kermesse politica e programmatica fortemente voluta da Davide Faraone, sottosegretario all’Istruzione, plenipotenziario di Matteo Renzi in Sicilia e, in virtù di questo, uomo forte della politica isolana. Dico subito che ci sono andato con grande entusiasmo e ne sono tornato con maggiore motivazione. La parola “cambiamento” è pericolosa in Sicilia. Siamo la terra dei Gattopardi e, anche in questa “due giorni” palermitana, è stato detto e l’abbiamo anche visto. Abbiamo visto persone interessate solo a recarsi alla “Corte del Faraone” piuttosto che sedere ai tavoli programmatici e dare il loro contributo di idee. Abbiamo visto pezzi del vecchio sistema di potere creato da Cuffaro prima e da Lombardo poi cercare di accreditarsi. Ma chi vuole veramente cambiare la Sicilia deve fare tesoro del messaggio crudo e realista di Leonardo Sciascia, echeggiato dal palco di Sicilia 2.0 per bocca di Roberto Alajmo, giornalista, scrittore, uomo di cultura oggi impegnato nel rilancio del Teatro Biondo di Palermo, di cui è direttore. “La Sicilia è terra irredimibile – disse una volta Sciascia – ma noi ci dobbiamo comportare come se non lo fosse”. Una sorta di parafrasi di quel “politica arte del possibile”. Sarò un ingenuo, ma credo ed ho fiducia in un paio di parole d’ordine rilanciate proprio da Davide Faraone fra sabato e domenica. La prima è che “vogliamo vincere e per farlo dobbiamo essere grandi”. Ma ha poi posto due paletti, per me impegnativi ed importanti: “Conserviamo nel nostro Pantheon i nomi e l’esempio di Pio La Torre e Piersanti Mattarella”. L’altra, molto più pragmatica: “Dobbiamo chiedere allo Stato di investire sulle nostre ricchezze e non sulle nostre povertà”. Un modo infiocchettato per dire che la Sicilia, la prima cosa che deve fare, è uscire dalla logica dell’assistenzialismo. Dicendo questo parliamo di cose, belle condivise, applaudite. Anche da chi c’era per avere o conservare un “posto al sole”. Ma il problema non è di Faraone: è della politica. Trovate, oggi, un contenitore politico di idee, di proposte, di governo. Non c’è, ad eccezione del Pd e del Pd di Matteo Renzi. Che in Sicilia è il Pd di Davide Faraone. L’ha bene spiegato un uomo di potere quale è sicuramente il rettore dell’Università di Palermo, Roberto Lagalla che nell’era Cuffaro era assessore regionale alla Sanità, carica rivestita oggi da una giovane signora che si chiama Lucia Borsellino (anche lei intervenuta). Lagalla ha detto, fra l’altro: “Caro Davide, a te va riconosciuto il merito di avere riaperto il dibattito, di avere riaperto la piazza, l’”agorà””. Quello di Sicilia 2.0 è stato anche il palco calpestato da Giuseppe Cimarosa (nella foto è lui che interviene). E’ di Castelvetrano e si occupa di cavalli. Cimarosa è nipote del boss latitante di Cosa Nostra Matteo Messina Denaro. Ebbene, ha “ripudiato” il parente scomodo, lanciando un messaggio forte in terra di Sicilia: la mafia si può anche ripudiare se ce l’hai in famiglia. Infine una riflessione tutta personale. L’avere ritrovato, in quella sede, vecchi amici della Rete, Pippo Russo, Manlio Mele, Loris Sanlorenzo, Davide Camarrone, mi ha ulteriormente dato fiducia. Con loro, nei primissimi anni ’90, seguii l’esperienza di Leoluca Orlando per cambiare la politica, ricorrere a nuovi strumenti, partire dal confronto sui problemi. Insomma la storia continua. Come la politica.

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Leonardo-Sciascia-Foto-Ansa_h_partbL’espressione di Leonardo Sciascia creò un vespaio di polemiche. L’intellettuale di Racalmuto, in un memorabile articolo uscito sul Corriere della Sera il 10 gennaio 1987, definì Leoluca Orlando e Paolo Borsellino “professionisti dell’antimafia”: sulla loro lotta alla mafia, secondo Sciascia, il sindaco della “Primavera di Palermo” e il magistrato legatissimo a Falcone stavano fondando le loro fortune politiche e professionali. C’è da chiedersi come Sciascia definirebbe oggi Antonello Montante, di Caltanissetta, presidente degli industriali siciliani, presidente della locale Camera di commercio, presidente di tutte le Camere di commercio dell’isola, consigliere per Banca d’Italia, delegato nazionale di Confindustria per la legalità e membro dell’Agenzia nazionale dei beni confiscati, carica dalla quale si è al momento autosospeso per un’indagine a suo carico per concorso esterno in associazione mafiosa. Ecco il punto. La mafia. Montante era considerato uno che la mafia l’aveva sfidata. Ivan Lo Bello, suo predecessore alla guida di Sicindustria, che aveva cacciato dall’associazione gli imprenditori che pagavano il pizzo, lo considerò suo delfino. Il presidente della Regione Rosario Crocetta (di Gela, provincia di Caltanisetta, quindi conterraneo di Montante) lo considerò da subito interlocutore privilegiato quale rappresentante di quel “partito degli industriali” che esprime l’assessore alle Attività produttive Linda Vancheri (anche lei calatina) e Alfonso Cicero (anche lui calatino) che presiede l’Irsap, l’istituto che accorpa le vecchie ASI, i consorzi per la gestione delle aree di sviluppo industriale della Sicilia. Oggi Attilio Bolzoni ed Emanuele Lauria su Repubblica.it calano il carico da 11: Montante, grazie ai buoni uffici della Regione, ha messo le mani sull’Expo. L’affare dell’anno. Per pochi, ovviamente. Non so se Orlando e Borsellino siano stati dei “professionisti dell’antimafia”. La cronaca e la storia ci aiutano moltissimo a capire se lo sono stati e no, se ci hanno rimesso qualcosa o no. Montante credo che un po’ di vantaggi li abbia avuti. Capacità imprenditoriale? Risarcimento per la sovraesposizione contro le cosche? O, come scrivono Bolzoni e Lauria, semplice e banale “impostura”? Crocetta deve smarcarsi al più presto da questa vicenda. Altrimenti è come se l’avviso di garanzia a Montante sia stato inviato a lui. Confermando ancora una volta la profezia (o la maledizione) che è praticamente impossibile che un presidente della Regione Sicilia chiuda il suo mandato senza un’inchiesta giudiziaria pesante sulle spalle.
Per leggere l’articolo di Repubblica.it clicca qui.

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7 giorni“Era arrivato il momento della ghazwa, la missione militare che avrebbe portato la Siqilliyya a fare professione di fede in un solo Dio e in un solo Profeta”. E’ il 2007. Muhammad Abdullah al-Dulaimi, cittadino italiano di evidenti origini arabe, laureato in Lettere in Italia e specializzato in Letteratura siciliana, sta sbarcando in Sicilia traghettando lo Stretto di Messina. La Siqilliyya è la Sicilia araba e le intenzioni di al-Dulaimi sono quelle di fare ritornare l’isola sotto il dominio arabo. In estrema sintesi è il contenuto del primo capitolo de “I sette giorni di Allah”, romanzo di Gianni Bonina, edito da Sellerio, uscito nel 2012. La frase fra virgolette è il pensiero che il protagonista fa al vedere dal traghetto le coste messinesi. Riletto oggi, il romanzo ha un sapore diverso da allora. Forse non esagero se dico che, fatte le debite differenze, “I sette giorni di Allah” sta alla Sicilia e all’Italia come “Sottomissione” di Michel Houellebecq sta alla Francia. Quest’ultimo è forse uscito con un tempismo e una coincidenza impressionanti rispetto al primo. Ma le cronache di queste ore sono particolarmente evocative: il califfato è praticamente sotto casa nostra e non è un segreto il fatto che nel mondo islamico c’è chi vagheggia il ritorno della Sicilia sotto la dominazione araba. “I sette giorni di Allah” è importante da questo punto di vista. Tecnicamente è un thriller alla Dan Brown: gli investigatori di mezza Sicilia, in particolare della Sicilia sudorientale, sono impegnati a sciogliere una serie di nodi, a studiare e capire (e con loro il lettore) fondamenti teologici musulmani e cristiani per risalire ad una catena di omicidi e di attentati che mirano a creare una vera e propria strategia della tensione, preparatoria ad una nuova “riconquista” della Sicilia. Gianni Bonina fa un lavoro che già allora considerai pregevole, proprio dal punto di vista culturale e anche teologico. Il romanzo è tra l’altro un ennesimo spot per il Sudest siciliano. Oggi assume uno spessore ed un significato che vanno ben oltre la banale suggestione e si cala prepotentemente nel contesto dell’attualità. Se Muhammad Abdullah al-Dulaimi riuscirà nell’intento non lo svelo in questa sede, ovviamente. Ma se fossi Sellerio “I sette giorni di Allah” lo riproporrei di corsa.

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Montalbano Annunziata IspicaSembrava fosse l’ennesimo treno perso. Alcuni comuni della provincia di Ragusa avevano fatto fronte comune e avevano sottoscritto un protocollo d’intesa per sostenere (e quindi trattenere in loco) le riprese del “Commissario Montalbano” che altrimenti sarebbero state fatte in Puglia. I comuni indicati in un comunicato stampa erano: Chiaramonte Gulfi, Comiso, Giarratana, Modica, Monterosso Almo, Pozzallo, Santa Croce Camerina, Vittoria. Ispica non c’era. Avevo aspettato qualche giorno prima di parlarne, contando su una rettifica da Palazzo Bruno alle notizie pubblicate dalla stampa. Niente. Quindi, a dispetto di quanto strombazzato in dicembre, nelle nuove serie di “Montalbano” era logico pensare che Ispica non ci fosse. Ed invece c’era e c’è. Si è solo trattato di un errore di omissione del nome di Ispica da parte di chi ha redatto il comunicato stampa. La circostanza mi è stata fatta notare dal presidente del Consiglio comunale Peppe Quarrella, intervenuto sulla vicenda su Facebook. Come ho detto sul social, meglio così. Anche se tutti gli organi di informazione si sono rifatti ad un comunicato nel quale il nome di ispica non c’è, dando quindi notizia dell’assenza della nostra città da un’intesa importante sotto il profilo turistico e culturale. Il protocollo istituisce un Tavolo permanente per il coordinamento e la programmazione 2015/2017 delle attività a sostegno della produzione della serie tv, ispirata ai polizieschi di Camilleri. Lo stesso tavolo, come spiegano i sindaci, sarà l’interlocutore diretto con la società di produzione cinematografica Palomar con la quale i comuni concorderanno i percorsi utili alla valorizzazione e alla promozione dei territori dei comuni stessi che assicureranno interventi ed azioni di supporto per le riprese della nuova serie del “Commissario Montalbano”. Il protocollo d’intesa definisce, tra l’altro, che le parti, al fine di assicurare una più efficace valorizzazione delle opportunità turistiche e culturali collegate al fenomeno “Montalbano”, si impegnino ad individuare tra gli edifici che ospitano i set della serie tv, i locali da destinare a spazi espositivi permanenti da gestire secondo forme da concordare con la Palomar. Nelle precedenti tornate, Ispica ha offerto alla fiction suoi angoli molto suggeastivi: il loggiato del Sinatra, l’Annunziata (dentro e fuori), gli interni del Casino Bruno e di Palazzo Modica, gli uffici della vecchio “Banco Giovanni Pietro Modica”.

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Raffaele-CantoneParliamo di Primarie, ovviamente del Pd, perché gli altri neanche ci pensano a farle. Dopo la Liguria il dibattito è apertissimo. Al punto che dice la sua Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione. Le primarie, dice Cantone, “sono uno strumento importante di democrazia” e per questo “vanno garantite con una norma legislativa perché non possono essere considerate allo stesso livello dell’elezione di una bocciofila, cioè di tipo privato”. Il magistrato va oltre (o se volete rincara la dose) quando dice che per le primarie “il rischio vero è che ci siano fenomeni di compravendita del voto, di partecipazione di soggetti che nulla hanno a che vedere con quel partito. Il punto è che – conclude Cantone – se le primarie si vogliono tenere, e probabilmente è giusto, vanno regolamentate prevedendo un momento pubblicistico che riguardi sia la fase di accreditamento dei votanti che la fase dello scrutinio”. Insomma devono essere istituite per legge, con tanto di albo degli elettori, come del resto avviene negli Stati Uniti, in modo da evitare che uno voti oggi alle primarie di un partito e domani voti per l’altro o che, da avversario, svolga il ruolo di guastafeste e scelga non il migliore, ma il suo contrario, quello più facile da battere alle secondarie, cioè le elezioni vere e proprie. Per completezza, va detto che Raffaele Cantone ha detto queste cose in un dibattito pubblico svolto qualche giorno fa a Napoli, dove si dovrebbero svolgere le primarie per la scelta del candidato presidente della Regione. Mi aspettavo una maggiore eco nazionale a queste parole. E soprattutto la risposta ad una domanda: perché Cantone sente il bisogno di intervenire? Il suo ruolo è importante e delicato e non è uno che parla a vanvera. Se il presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione interviene, lo fa perché le primarie, da eccezionale strumento di democrazia partecipativa in un partito o in una coalizione, possono essere strumento di “corruzione” in senso lato, politico e tecnico. E non è solo un problema napoletano, dove si sta discutendo sul voto della camorra, sul tesseramento al Pd gonfiato a Ercolano o sulle primarie del 2011 per la scelta del candidato sindaco di Napoli, annullate per brogli ed infiltrazioni sospette. Il problema è generale se vediamo cosa è successo e sta succedendo in Liguria e cosa è successo nella mia Ispica, in provincia di Ragusa, dove addirittura una palese violazione del regolamento ha fatto sì che le primarie venissero aperte a tutti e non limitate agli iscritti e agli elettori del Pd, al punto che anche consiglieri comunali di centro-destra hanno potuto votare, mentre grandi elettori con interessi economici ben precisi hanno avuto un ruolo diciamo così importante. L’intervento di Raffaele Cantone è una spia. Ed è peraltro in linea con quanto detto da Matteo Renzi a “Quinta colonna” qualche settimana fa, dove si auspicava una regolamentazione per legge delle primarie in modo che le facessero tutti. Mi chiedo a questo punto perché l’emendamento che ne prevedeva l’istituzione nell’ambito della riforma elettorale in itinere in parlamento è stato respinto con il favore del governo? Interessante in proposito sentire anche il parere di Arturo Parisi, artefice dell’importazione delle primarie dagli Usa (dove si è peraltro recato per studiarle), e loro strenuo sostenitore. Una cosa è certa: avversari del Pd e del centro-sinistra, potentati economici e rappresentanti delle mafie in affari, che fino a poco tempo fa guardavano alle primarie con tanta sufficienza o invidia, adesso hanno deciso di agire. Infiltrandosi e determinando il risultato a loro più congeniale. Se non è “corruzione” questa!

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italo il filmAppartengo alla generazione cresciuta davanti ai telefilm a puntate di Rin Tin Tin e di Lassie. Di straforo ho spesso incrociato in tv il Commissario Rex. Insomma l’umanizzazione del cane, magari di un cane di intelligenza e sensibilità spiccate (non è così anche per gli umani?) non è un novità. Allora, qual è la novità di Italo, il cane che oltre ad avere un nome aveva anche un cognome: Barocco? Italo ha ispirato il film omonimo, nei cinema proprio in questi giorni, per la regia di Alessia Scarso e la partecipazione di alcuni fra i più noti attori nostrani, da Andrea Tidona a Barbara Tabita e Marcello Perracchio, da Tuccio Musumeci a Lucia Sardo. Non dimenticando ovviamente i due protagonisti diciamo così nazionali Marco Bocci (nel film il sindaco Antonio Blanco) ed Elena Radonicich (la maestra Laura), l’esordio del bravissimo e giovanissimo Vincenzo Lauretta (Meno Blanco, figlio adolescente del sindaco), l’apparizione sul grande schermo di attori fino ad ieri dilettanti come Saro Spadola e Assunta Adamo e alcune comparse locali che in qualche caso recitano se stesse, come Giuseppe Savà e Carmelo Scarso.
La novità di Italo, rispetto a Lassie e Rin Tin Tin, è duplice: essere una figura storica, cioè realmente esistita, e di non avere un solo padrone, ma di averne uno diciamo così plurale, un’intera comunità. Ecco le due differenze di fondo, con i riflessi di ordine sociologico ed etologico che lasciamo approfondire ovviamente agli esperti di questi campi.
Il film mi è piaciuto e mi ha emozionato. Ma l’emozione mi è venuta non per la storia di Italo, per il semplice motivo che Italo, il cane storico, ho avuto la fortuna di conoscerlo. Un anno prima che il cane morisse, alla fine del 2010, il Circolo culturale “Vitaliano Brancati” di Scicli organizzò una presentazione del mio romanzo “Il figlio della Ruota”, uscito in quelle settimane. La serata si tenne nella sede del “Brancati”, in via Mormino Penna, il salotto di Scicli, bene dell’umanità dell’Unesco, la casa a cielo aperto di Italo, E Italo era lì, in sala. E ci fu presentato come si poteva presentare agli ospiti il farmacista o il segretario comunale. Al vedere “Italo” mi sono emozionato perché la storia di questo cane umanizzato è stata magistralmente intrecciata con il contesto, è stata incastonata nell’ambiente di quel Sudest in cui Italo è realmente vissuto: il barocco e i vicoli eleganti di Scicli, gli insediamenti archeologici di Cava Ispica, il mare di Ciriga, le feste religiose spagnoleggianti. E poi la ferrovia: quella ferrovia un tempo metafora di sviluppo, ed oggi emblema dell’abbandono cui la Sicilia è stata condannata: sconcertante coincidenza il fatto che “Italo” sia uscito proprio nei giorni in cui è stata annunciata la cancellazione dei treni a lunga percorrenza della Sicilia per Milano e Roma, mentre nel film è ricorrente l’immagine delle rotaie, di una stazione deserta dove ogni giorno alle dodici Natalino, il “pazzo” del paese interpretato da Tuccio Musumeci, aspetta quasi inutilmente l’arrivo della madre. “Italo” è il film dove al ristorante si ordina il macco con le fave, dove le notizie belle e brutte, come la malattia mortale di Italo, si trasmettono istantaneamente di bocca in bocca, dove il venditore ambulante fa sentire la sua voce fuori campo in più di un’occasione alla stregua del muezzin arabo, come avveniva in “Divorzio all’italiana” di Pietro Germi, col quale “Italo” ha in comune anche una sequenza veloce della rappresentazione delle facciate barocche delle chiese del posto. Insomma “Italo” ambisce ad essere un nuovo megaspot per il territorio ibleo e la rappresentazione di una Sicilia piena di vizi e virtù, certo, ma dove fra queste ultime c’è anche quella della sensibilità per ogni essere che vive e corrisponde con noi (come le piantine di Meno Blanco). Operazioni di ottimo livello che rispondono alle migliori intenzioni di chi ha pensato, diretto, prodotto il film e che compensano, fino a farle dimenticare, la lentezza di certi suoi passaggi e l’inverosimiglianza di una figura come quella del sindaco Blanco. In altre occasioni ho detto che Italo può essere un treno o un cane. Dopo avere visto “Italo” posso dire che per noi è entrambe le cose: un animalaggio (conio orribile, lo riconosco, ma mi sia consentito per il parallelismo con personaggio) che ci può aiutare ad andare lontano. Anche senza le corse a lunga percorrenza di Trenitalia.
Per vedere o rivedere il trailer clicca sul video qui sotto.

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Sono stato ospite di Jessica Cavallo a “Parliamone”. Una chiacchierata di una mezz’oretta su Primarie e dopo-Primarie, Ispica, Pd, privatizzazione del “Peppino Moltisanti”, Chiosco della famiglia Milana e tanto altro. Ecco il video integrale:

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copertina_il_figlio_della_ruota2“Il figlio della Ruota” è uscito da oltre quattro anni. E’ una rarità. Nell’apposita sezione, alla quale puoi accedere cliccando sulla copertina del romanzo posta sulla homepage del blog, in alto a sinistra, trovi una serie di notizie utili a saperne di più, sulla storia e su qualche curiosità collegata.

Grazie alla collaborazione della casa editrice “Prova d’autore” sono ancora disponibili delle copie. Il prezzo di copertina è di 15,00 euro.

Ad Ispica è possibile trovare “Il figlio della Ruota” nella Libreria Shalom via Duca degli Abruzzi, 99 (accanto all’Edicola Vendemmia).
Altrimenti può essere richiesto inviando una mail tramite il modulo sottostante:

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