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Lunarionuovo «I miei oltre ottant’anni li ho passati tutti qui, a Collecalandra, il paese della terra e del mare, delle cave e delle strade larghe, delle case liberty e delle chiese barocche, della Passione di Cristo che si chiama festa». Inizia così Il figlio della Ruota, scritto da Gianni Stornello ed edito da Prova d’Autore, (pagg. 160 – € 15,00) romanzo che narra il tortuoso cammino, tra memorie e attese, compiuto da un protagonista incessantemente alla ricerca della propria identità. Un trovatello Nirìa che, «per volere di uno che non c’entrava niente, dalle mani di una che credevo mia madre, per l’assenza di chi non sapeva se essere o no mio padre, con la complicità di una festa assoluta», fu affidato dopo i primi vagiti alla ruota del paese che ne serbò il calore riconsegnandolo alla vita. Traendo spunto da una storia realmente accaduta, il giornalista ispicese riesce a coniugare vocazione giornalistica e arte narrativa, consegnando al lettore un’opera intensa, mai banale, attenta ai dettagli, ma soprattutto libera da tutti i cliché pregiudizievoli e riduttivi che hanno fatto della Sicilia, fino ad oggi, una terra tra limoni e lupare.

Una trama vivace ma coesa arricchisce di suspance le pagine del romanzo e attrae il lettore con l’avvenenza della semplicità, resa letteraria da un linguaggio misto di dialetto e italiano, definito da Innocenzo Leontini pastiche ed espressione di un popolo il cui passato, così come il presente, è intriso di umiliazioni e ingiustizie, sogni e precarietà. Le parole, sincere e nostalgiche, divenendo sensazioni si fanno immagine, melodia, profumo «di fiori e di fede, sapienza e speranza», per poi consegnarsi al lettore che non può far altro che abbandonarsi ad esse in un intimo coinvolgimento emotivo. L’inchiostro muta così in coscienza, percossa e travolta dalle emozioni trasmesse da personaggi cui bastano pochi tratti per diventare carne, grazie alla vitalità e al patrimonio ideale del loro spirito. La narrazione, pertanto, non appartiene più ai suoi protagonisti, ma li supera, li trascende, divenendo racconto di un intero popolo capace di gesti di grande umanità, ma anche spietato con i più deboli e preda dei conflitti interiori più accesi. Sono gli indifesi a subire i soprusi, giustificati da pulsioni opportunistiche perpetuate in nome della robba, e sempre loro a non arrendersi ad essi, dimostrando così di avere il coraggio non tanto e non solo di vivere i propri sentimenti, ma soprattutto di fare i conti con i propri turbamenti e i propri limiti in un turbinio in cui l’uomo deve sostenere il peggiore dei giudici, se stesso. Poveri di mezzi ma non di carattere, dunque, non sono vinti dalle circostanze ma, affamati di vita, reagiscono ad esse contrastando le derive contro le quali s’imbattono con solidarietà e rispetto, nel tentativo di annodare i fili a una nuova giustizia civile e morale.
Sullo sfondo la Sicilia. Madre amorevole e arcigna allo stesso tempo, essa è ritratta nei paesaggi assolati delle campagne arate da quotidiane fatiche e dei paesini animati da antichi mestieri, in un sodalizio tra individuo e territorio che diventa vincolo indissolubile, legame di sangue. Tratteggiata in una sorta di ossimoro temporale, la propensione al mutamento si lega alla tradizione, tratto accomunante di una pluralità di forze e di idee di antica radice, espressa nei detti e nei soprannomi e delineata in logiche precise e radicate che fanno di questa regione un luogo in cui «il futuro non c’è neanche nei verbi» e si è costretti a inventarlo, a improvvisarlo o solo a sognarlo, vivendo l’illusione di credere che «la vita ci appartiene e che ccu’ idda possiamo fare quello che vogliamo» per comprendere successivamente che il destino, come un pendolo, «va di qua e di là e non ne cambi il senso se non al costo di fermare il tempo».
Non c’è solo questo, c’è di più, c’è anche la Storia con cui la penna dello scrittore ispicese, abile e acuta, alimenta la memoria collettiva intessendo la tela complessa di un passato comune a un’intera nazione. Al lettore non rimane altra possibilità che riconoscere se stesso e il proprio passato attraverso il limpido susseguirsi degli avvenimenti storici che hanno contraddistinto la nostra penisola: dal primo dopoguerra allo sbarco degli americani, dalla povertà all’emigrazione, fino al festival di Sanremo; eventi che il racconto ha catturato in una descrizione concisa ma esauriente, onesta e mai ipocrita che non tace neppure quando la violenza dei proiettili impone con prepotenza il silenzio. Un romanzo, Il figlio della Ruota, che è «insieme ricordo e devozione, vita e speranza, passione e pensiero» di voci e volti popolari colti nel calore di un’emozione che, partendo da una biografia, diventa sentimento del tempo e dei luoghi.

Cristina Arena
per Lunarionuovo

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