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italo il filmAppartengo alla generazione cresciuta davanti ai telefilm a puntate di Rin Tin Tin e di Lassie. Di straforo ho spesso incrociato in tv il Commissario Rex. Insomma l’umanizzazione del cane, magari di un cane di intelligenza e sensibilità spiccate (non è così anche per gli umani?) non è un novità. Allora, qual è la novità di Italo, il cane che oltre ad avere un nome aveva anche un cognome: Barocco? Italo ha ispirato il film omonimo, nei cinema proprio in questi giorni, per la regia di Alessia Scarso e la partecipazione di alcuni fra i più noti attori nostrani, da Andrea Tidona a Barbara Tabita e Marcello Perracchio, da Tuccio Musumeci a Lucia Sardo. Non dimenticando ovviamente i due protagonisti diciamo così nazionali Marco Bocci (nel film il sindaco Antonio Blanco) ed Elena Radonicich (la maestra Laura), l’esordio del bravissimo e giovanissimo Vincenzo Lauretta (Meno Blanco, figlio adolescente del sindaco), l’apparizione sul grande schermo di attori fino ad ieri dilettanti come Saro Spadola e Assunta Adamo e alcune comparse locali che in qualche caso recitano se stesse, come Giuseppe Savà e Carmelo Scarso.
La novità di Italo, rispetto a Lassie e Rin Tin Tin, è duplice: essere una figura storica, cioè realmente esistita, e di non avere un solo padrone, ma di averne uno diciamo così plurale, un’intera comunità. Ecco le due differenze di fondo, con i riflessi di ordine sociologico ed etologico che lasciamo approfondire ovviamente agli esperti di questi campi.
Il film mi è piaciuto e mi ha emozionato. Ma l’emozione mi è venuta non per la storia di Italo, per il semplice motivo che Italo, il cane storico, ho avuto la fortuna di conoscerlo. Un anno prima che il cane morisse, alla fine del 2010, il Circolo culturale “Vitaliano Brancati” di Scicli organizzò una presentazione del mio romanzo “Il figlio della Ruota”, uscito in quelle settimane. La serata si tenne nella sede del “Brancati”, in via Mormino Penna, il salotto di Scicli, bene dell’umanità dell’Unesco, la casa a cielo aperto di Italo, E Italo era lì, in sala. E ci fu presentato come si poteva presentare agli ospiti il farmacista o il segretario comunale. Al vedere “Italo” mi sono emozionato perché la storia di questo cane umanizzato è stata magistralmente intrecciata con il contesto, è stata incastonata nell’ambiente di quel Sudest in cui Italo è realmente vissuto: il barocco e i vicoli eleganti di Scicli, gli insediamenti archeologici di Cava Ispica, il mare di Ciriga, le feste religiose spagnoleggianti. E poi la ferrovia: quella ferrovia un tempo metafora di sviluppo, ed oggi emblema dell’abbandono cui la Sicilia è stata condannata: sconcertante coincidenza il fatto che “Italo” sia uscito proprio nei giorni in cui è stata annunciata la cancellazione dei treni a lunga percorrenza della Sicilia per Milano e Roma, mentre nel film è ricorrente l’immagine delle rotaie, di una stazione deserta dove ogni giorno alle dodici Natalino, il “pazzo” del paese interpretato da Tuccio Musumeci, aspetta quasi inutilmente l’arrivo della madre. “Italo” è il film dove al ristorante si ordina il macco con le fave, dove le notizie belle e brutte, come la malattia mortale di Italo, si trasmettono istantaneamente di bocca in bocca, dove il venditore ambulante fa sentire la sua voce fuori campo in più di un’occasione alla stregua del muezzin arabo, come avveniva in “Divorzio all’italiana” di Pietro Germi, col quale “Italo” ha in comune anche una sequenza veloce della rappresentazione delle facciate barocche delle chiese del posto. Insomma “Italo” ambisce ad essere un nuovo megaspot per il territorio ibleo e la rappresentazione di una Sicilia piena di vizi e virtù, certo, ma dove fra queste ultime c’è anche quella della sensibilità per ogni essere che vive e corrisponde con noi (come le piantine di Meno Blanco). Operazioni di ottimo livello che rispondono alle migliori intenzioni di chi ha pensato, diretto, prodotto il film e che compensano, fino a farle dimenticare, la lentezza di certi suoi passaggi e l’inverosimiglianza di una figura come quella del sindaco Blanco. In altre occasioni ho detto che Italo può essere un treno o un cane. Dopo avere visto “Italo” posso dire che per noi è entrambe le cose: un animalaggio (conio orribile, lo riconosco, ma mi sia consentito per il parallelismo con personaggio) che ci può aiutare ad andare lontano. Anche senza le corse a lunga percorrenza di Trenitalia.
Per vedere o rivedere il trailer clicca sul video qui sotto.

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