Glocal: pensare globalmente
agire localmente
24 Giugno 2009   Fabio Mazzeo
È destinato a crescere enormemente il numero dei velivoli senza pilota (UAV) in dotazione alle forze armate internazionali. Per questo i principali paesi NATO sono impegnati in una frenetica ricerca di spazi aerei dove i nuovi sistemi possano volare senza interferire con le rotte civili e militari. In Spagna, per ospitare gli aerei senza pilota dell’aeronautica nazionale e di quelli dell’agenzia spaziale statunitense NASA, dopo anni di studi e simulazioni è stata scelta una piccola località della Galizia, Trasmiras, sfuggita sino ad oggi al passaggio in quota dei velivoli e 80 chilometri distante dall’aeroporto di Vigo. Per poi scongiurare pesanti restrizioni al traffico aereo, il governo Zapatero ha ritirato la candidatura di Zaragoza come principale base d’appoggio in Europa per i nuovi UAV della NATO.
In Italia invece impera la deregulation e già nei prossimi mesi i piloti delle compagnie aeree dovranno stare attenti a non incrociare i micidiali velivoli senza pilota delle forze armate italiane e statunitensi. Il generale Giuseppe Bernardis, sottocapo di stato maggiore dell’Aeronautica militare, ha preannunciato all’agenzia di stampa Defensenews che entro la fine dell’anno i nuovi velivoli “Predator B†dell’AMI saranno liberi di volare in qualsiasi parte del Mediterraneo, “all’interno dello spazio nazionale e comunque fuori dal traffico regolare, a 50.000 piedi d’altitudineâ€. Qualcosa più di 15.000 metri dal livello del mare, ben al di sopra delle quote di crociera dei voli civili. Peccato che per volare, gli UAV dovranno comunque decollare proprio da alcuni scali militari che sorgono in prossimità di grandi centri urbani e importanti hub aeroportuali. I “Predator B†saranno installati nella base pugliese di Amendola, a metà strada tra le città di Foggia e Manfredonia, ai piedi del Gargano. Andranno a fare compagnia al gruppo di Predator di prima generazione (quelli indicati con la lettera “Aâ€), operativi dal dicembre 2004. Insieme si contenderanno il passaggio nel “corridoio di volo†che l’aeronautica militare sta predisponendo tra la Puglia e il poligono sperimentale di Salto di Quirra in Sardegna.
“Il nostro piano è però quello di creare una serie di nuovi corridoi di raccordo tra la principale rotta di volo dei Predator e le basi di Sigonella e Trapani in Sicilia, l’isola di Pantelleria e Decimomannu in Sardegnaâ€, ha aggiunto il generale Bernardis. “Il corridoio di Sigonella potrebbe essere usato pure dai velivoli senza pilota Global Hawks che saranno installati in Sicilia nell’ambito del programma NATO Allied Ground Surveillance AGSâ€. Entro il 2010 nella grande base siciliana arriverà pure una squadriglia di Global Hawk dell’US Air Force; nel 2012 finanche i prototipi di una versione più sofisticata di aerei senza pilota della marina militare statunitense. I ciechi strumenti di guerra saranno così gli unici veri padroni dei cieli del Mezzogiorno d’Italia. In Sicilia sovraffolleranno le piste e le rotte dei cacciabombardieri e dei giganteschi aerei cargo USA a capacità nucleare, sfrecciando a poca distanza dallo scalo di Catania-Fontanarossa, il terzo per traffico aereo in tutta Italia (più di sei milioni di passeggeri all’anno).
I Predator non sono però solo una grave minaccia alla sicurezza; rappresentano infatti l’ennesimo caso di spreco delle risorse finanziarie nazionali a favore del complesso militare industriale statunitense. Per quattro velivoli dell’ultima versione “B†prodotti dalla General Atomics Aeronautical Systems Incorporated di San Diego, California, l’Italia dovrà spendere non meno di 80 milioni di euro nei prossimi due anni. Per i cinque Predator A acquistati nel 2004, sono stati spesi invece 47,8 milioni di dollari. E dopo un incidente ad un Predator italiano durante un volo sperimentale nel deserto della California, il governo ha pensato bene ad ordinare nel 2005 altri due velivoli, con un costo aggiuntivo di 14 milioni di dollari più altri 2 milioni per equipaggiamenti vari.
3 Giugno 2009   Ernesto Corvetti da PeaceReporter.net
Il signor Wang ha quarant'anni circa. E' uno degli studenti di piazza Tienanmnen. Dopo “l'incidente†del giugno 1989 venne spedito in provincia. Sì, proprio come si era fatto vent'anni prima con le guardie rosse ormai da rottamare. La rieducazione nella Cina di periferia funzionava bene. A Wang era stata assegnato un ruolo burocratico di basso profilo, di controllo amministrativo. Noi diremmo, un lavoro da travèt. Lo svolgeva diligentemente. Lui era stato uno studente in gamba, una delle “cime†della sua generazione. Venne così notato da uno dei nuovi imprenditori cinesi, che gli fece la proposta giusta: “Perché non passi da questa parte?â€
Oggi il signor Wang è a capo di una delle compagnie di real estate più potenti della Cina: costruzioni e compravendita immobiliare. Ha apportato all'impresa che ha creduto in lui il valore aggiunto del franchising: noi ci mettiamo il marchio, il lavoro vero lo fanno le decine di affiliate sparse per la Cina. Poi ci becchiamo la percentuale.
Di storie come quella di Wang ne esistono parecchie. Il vero epilogo di Tienanmen non è costituito da quel numero indefinito di morti in piazza e dai giustiziati del giorno dopo. Quanti? Due, tremila in tutto? Non si sa e probabilmente non lo si saprà mai. La generazione degli studenti con la fascetta bianca in testa tiene oggi le redini del potere economico cinese. Domani, forse, di quello politico.
Nessun segnale dalla Beida (l'università di Pechino), encefalogramma piatto alla Renda (quella del Popolo). Gli studenti del nuovo millennio pagano per studiare, sono i “principini†nati dalla politica del figlio unico, almeno due generazioni di familiari investono su di loro. Non c'è tempo per dedicarsi a un “incidente†di vent'anni fa. “Perché rivangare Tienanmen?â€, mi chiede un amico da anni residente in Cina. “Non interessa a nessuno. Non interessa ai carnefici di allora, per ovvie ragioni, e neppure agli ex studenti. Nel 2022 saranno i nuovi leader del Paese. Perché giocarsi un futuro radioso per ritirare fuori questa storia? In questo senso, il movimento di piazza Tienanmen ha già vintoâ€. Chiedevano riforme. Le hanno avute. Chiedevano democrazia? “Hanno avuto pure quellaâ€, insiste l'amico. Non è quella occidentale. Oggi un cinese può arricchirsi, discutere di tutto, viaggiare, consumare. Non può criticare le massime autorità dello Stato e del partito e organizzarsi in un movimento politico. “Del resto – continua – è più democratico un Paese in cui si possono insultare pubblicamente, in forma scritta, il premier o il capo dell'opposizione ma dove si alza il muro del silenzio appena si toccano i poteri forti che ci stanno dietro; oppure un Paese in cui si discute quotidianamente e diffusamente di tutto, dei problemi politici sostanziali, a patto che si lascino stare le massime cariche dello Stato?â€
Tienanmen vent'anni fa. In Cina, oggi, ci sono problemi più urgenti. Dagli aerei non si sbarca tanto facilmente. Si rimane al proprio posto finché un signore in camice bianco e mascherina non ha puntato alle tempie di tutti i passeggeri una specie di pistola laser, alla ricerca i qualche linea di febbre. Poi c'è la weiji, la crisi. Dalla cintura manifatturiera a sud giungono voci di chiusure a catena, con tanto di imprenditori stranieri fuggiti con la cassa. Sono le aziende votate all'export e la filiera delle subforniture, quelle che subiscono il crollo del mercato Usa e la paralisi di quello europeo. In compenso, le regioni interne cominciano a godere del pacchetto di stimoli varato dal governo: infrastrutture, costruzioni. C'è nuova trippa per i signor Wang.
22 Aprile 2009   da Fai.informazione.it
La Giornata della Terra (Earth Day) nacque il 22 aprile del 1970, quando il senatore democratico Gaylord Nelson lanciò un appello a favore della difesa del Pianeta. Tra protocolli di Kyoto e leggi sulla tutela dell’ambiente, il problema è oggi ancor più sentito di circa quarant’anni fa. La Giornata della Terra valicò immediatamente i confini americani diventando un evento internazionale, celebrato in 174 paesi del mondo, per sostenere la difesa dell’ambiente in cui viviamo e l’incentivazione delle politiche di sviluppo. Obiettivo primario della Giornata della Terra è non solo quello di sensibilizzare l’opinione pubblica ed fare pressione governi di tutto il mondo, ma anche spronare ogni singola persona a tenere comportamenti che non infliggano sofferenze al nostro pianeta. Ogni persona deve essere protagonista attivo attraverso un atteggiamento consapevole nel rispetto del pianeta.
I principali obiettivi di questa 39esima edizione della Giornata della Terra sono la promozione di un futuro a zero emissioni grazie ad un passaggio alle energie rinnovabili in modo da mandare definitivamente in pensione i combustibili fossili, principale fonte di danni ambientali; l’adozione di una sistema efficace di risparmio energetico; dar vita ad una nuova economia basata sull’energia pulita, in grado di portare nuovi posti di lavoro.
Migliaia di eventi e manifestazioni si tengono in tutto il mondo durante la Giornata della Terra per mettere in evidenza i problemi del pianeta e cercare di trovare soluzioni tangibili. In Italia, a Roma Ben Harper con la sua nuova band, i Relentless7, apre il concerto gratuito che partirà alle 20.00 a Piazza del Popolo. Parteciperanno anche Nnenka e Bibi Tanga & The Selenites e gli italiani Subsonica.
Nei cinema è invece possibile assistere in anteprima al film “Earth - La nostra terraâ€, prodotto della DisneyNature, uno splendido documentario con immagini di paesaggi incontaminati e animali ripresi nel loro habitat.
15 Aprile 2009   da Gruppoabele.org
Secondo la Relazione sui diritti fondamentali nell’Unione europea esistono forti discriminazioni nei confronti di Rom, migrandi ed omosessuali.
“L’efficace protezione e la promozione dei diritti fondamentali costituisce il fondamento della democrazia in Europa e una premessa per il consolidamento dello spazio europeo di libertà, sicurezza e giustiziaâ€. È quanto scritto nella Relazione 2004-2008 sulla situazione dei diritti umani in Europa, curata dall’European United Left – Nordic Green Left (Gue-Ngl) e approvata il 2 dicembre 2008 dalla Commissione Libertà civili, giustizia e affari interni (Libe) del Parlamento europeo.
I curatori della Relazione hanno sostenuto che sia indispensabile difendere e promuovere i diritti delle minoranze. In questo senso, secondo il rapporto, la comunità Rom necessita di particolari tutele, in quanto dopo l’allargamento dell’Unione è diventata una delle più consistenti minoranze dell’Ue. “Questa comunità – si legge nel testo della Relazione – è stata storicamente emarginata e ad essa è stato impedito di svilupparsi in determinati settori chiave, a causa di problemi di discriminazione, di stigmatizzazione e di esclusioneâ€. Per questo motivo il Gue-Ngl ha ritenuto necessario migliorare la situazione dei Rom nell’accesso all’istruzione, alla sanità, all’abitazione e al lavoro.
27 Gennaio 2009   Stefano Marcelli da Articolo21.info
Provo una crescente insofferenza nell'uso, sempre più frequente, del termine "antisemita" attribuito anche a forme di contestazione dell'operato dello Stato di Israele. Trovo che si tratti di un atteggiamento poco democratico,poco rispettoso della stessa storia del popolo ebraico e per di più controproducente.
Nel mondo occidentale, l'antisemitismo, ovvero una sistematica teoria che attribuisce responsabilità gravi e una sostanziale inferiorità all'etnia ebraica proponendone l'eliminazione,oggi è fortunatamente limitato a sacche di settarismo politico marginale. Persino gli eredi diretti del Regime Fascista che promulgò le vergognose leggi razziali, si propongono oggi come primi alleati dello Stato di Israele.
Diverso è il ragionamento per il regime iraniano, dove però ai proclami di distruzione dello Stato di Israele non corrispondono atti concreti di persecuzione degli ebrei, e del mondo arabo, dove non c'è dubbio che teorie e concreti atti di antisemitismo esistano almeno dal tempo degli accordi fra il Gran Mufti di Gerusalemme e Adolf Hitler, come reazione più politica che ideologica alla nascita dello Stato di Israele.
Ma bollare come "antisemiti", proteste, giudizi e reazioni (magari sbagliate e inaccettabili) di natura politica , è comunque un errore. Mescolare vecchi ideologismi vetero-comunisti, neosettarismi pseudo-pacifisti e anche la rabbia che si diffonde in certi settori dell'opinione pubblica davanti a massacri di civili, come nell'ultimo caso di Gaza, è un gioco che a breve termine può essere utile all'interesse israeliano di stoppare con la memoria della Shoa la reazione emotiva ai propri crimini, alla lunga favorisce la rivitalizzazione dell'antisemitismo, lo aggiorna, lo sostiene e lo accredita di una diffusione e una capacità di influenza che, fortunatamente, non ha.
In questo contesto stupisce molto la scarsità di reazioni da parte del mondo politico, culturale e giornalistico italiano a un fenomeno che è sicuramente riconducibile alle radici storiche e ideologiche dell'antisemitismo. Mi riferisco a un disegno, che appare ormai programmatico, sviluppato dal pontefice Benedetto XVI.
Il primo atto è rappresentato dalla reintroduzione della Messa in latino, compresa la preghiera un tempo rivolta ai "perfidi giudei", perché si convertissero al Cristo. Papa Giovanni aveva eliminato la definizione offensiva, ma ora torna l'appello alla loro conversione: «Preghiamo per gli Ebrei. Il Signore Dio Nostro illumini i loro cuori perchè riconoscano Gesù Cristo Salvatore di tutti gli uomini. Dio Onnipotente ed eterno, Tu che vuoi che tutti gli uomini si salvino e giungano alla conoscenza della verità, concedi che, entrando la pienezza dei popoli nella tua Chiesa, tutto Israele sia salvo».
Un'operazione liturgica che ha già provocato le proteste ufficiali delle gerarchie ebraiche. Ma il disegno diventa lucido e riconoscibile oggi, con la revoca delle scomunica ai vescovi lefebrviani.
Uno di questi, l'ex anglicano Richard Williamson, ha dichiarato recentemente a una tv svedese: 'Credo che le prove storiche, in misura preponderante, vadano contro il fatto che sei milioni di ebrei siano stati uccisi nelle camere gas come effetto di un ordine deliberato di Adolf Hitler'. 'Credo che le camere a gas non siano mai esistite', aggiunge il vescovo tradizionalista in risposta ad una esplicita domanda dell'intervistatore. A morire nei campi di concentramento nazisti, per il vescovo tradizionalista sarebbero stati solo 'due o trecentomila ebrei. Ma nessuno di loro mori' per il gas in una camera a gas'. 'Se l'antisemitismo e' cattivo - afferma ancora Williamson nell'intervista - e' contro la verita'. Se qualcosa e' vero, non e' cattivo. Non mi interessa la parola anti-semitismo'.
Più chiaro di così... Il Zentralrat der Juden in Deutschland, la principale organizzazione ebraica tedesca, avrebbe denunciato mons. Williamson alla polizia. Secondo le leggi in vigore in Germania, e' illegale negare l'Olocausto e il vescovo rischia il carcere. Ma non basta.
Un altro dei vescovi reintegrati da Ratzinger ha rilanciato sugli ebrei l'antico anatema di "deicidi" che sta alla base di tutta l'ideologia antisemita. D'altro canto, lo stesso fondatore del movimento tradizionalista Marcel Lefebvre, aveva suscitato violente polemiche quando, nel 1988 in un'intervista al settimanale cattolico britannico Catholic Herald aveva difeso l'esistenza dei cosiddetti 'Protocolli dei Savi di Sion', testo fondamentale di tutta l'ideologia antisemita, a partire da quella nazi-fascista che utilizzava quel falso storico per la propria propaganda.
Nel protestare contro questi, che sono indubitabili atti di sostegno all'antisemitismo, gli ebrei si trovano soli.
Eppure, nel giorno della memoria qualcuno dovrebbe ricordarsi che proprio queste radici cristiane dell'Europa fornirono la base ideologica della tragedia della Shoa. E che sulla divisa delle SS stava scritto Gott Mit Uns : Dio è con noi. Secondo gli ebrei anche papa Pio XII non si oppose. Ma presto diventerà santo.
Lo dico sinceramente: tutto questo silenzio mi fa paura.
30 Dicembre 2008   Marco Magrini da IlSole24ore.com
Nel deserto del New Mexico, non lontano dal pueblo indiano di Taos, c'è una specie di città nascosta. La chiamano Earthship, «navicella Terra»: un centinaio di case che punteggiano a perdita d'occhio una distesa di arbusti, completamente scollegate dai servizi pubblici eppure energeticamente indipendenti. «Ognuna si produce l'elettricità, raccoglie l'acqua, regola la temperatura e gestisce gli scarichi da sola», racconta fiero Michael Reynolds, l'architetto ambientalista che, da fine anni 70, ha fatto crescere pian piano Earthship nel bel mezzo del nulla. Una sorta di utopico paradigma della sostenibilità, spuntato nel ventre del Paese più energivoro al mondo.
Eppure, nel 2009 che va a incominciare, l'America - mille miglia lontana da quel modello - volgerà idealmente lo sguardo verso Earthship, per incamminarsi, anche solo un po', nella sua direzione. «I cambiamenti climatici e la nostra dipendenza dal petrolio d'importazione sono due problemi che, se lasciati ancora senza risposta, continueranno a indebolire la nostra economia e a minacciare la sicurezza nazionale. Tutto questo cambierà. Con la mia presidenza, l'America guiderà la lotta ai cambiamenti climatici, rafforzando la nostra sicurezza e creando in questo modo milioni di nuovi posti di lavoro». Più chiaro di così, Barack Obama non poteva essere. D'improvviso, il 20 gennaio, gli Stati Uniti dismettono l'unilateralismo tranchant di Bush e si allineano all'Europa - sin qui la paladina, nella lotta al clima - e perfino alla Cina, che non fa più mistero di temere l'effetto-serra e di scommettere sul ritorno economico delle nuove energie. Al che, i Paesi del mondo, dopo dieci anni di fallimenti, al vertice 2009 di Copenhagen avranno qualche chance in più di raggiungere un accordo sui tagli alle emissioni di CO2. Ma quello sarà solo l'inizio.
Tutto dipende dall'angolo di osservazione. E, al momento, si vede solo una salita, anche piuttosto impervia. Come dice qualcuno, c'è da "decarbonizzare" l'economia. Per transitare da un mondo dipendente da petrolio, gas e carbone - che all'atto della combustione producono anidride carbonica - a un mondo energeticamente più sostenibile, c'è da fare una vera rivoluzione.
23 Dicembre 2008   Gianni Stornello
L’argomento è di quelli difficili, ostici, addirittura rischiosi. Ma, con grande sincerità nei confronti di chi legge, lo sottopongo al giudizio e al confronto pubblici.
Se Cristo fosse venuto oggi o se tornasse oggi che figura sarebbe? Che ruolo avrebbe nei confronti del mondo, il nostro mondo? Che rapporto avrebbe con le questioni del nostro tempo? E con la Chiesa? Con la chiesa-apparato, la chiesa curiale, la chiesa temporale? Per rispondere o, per meglio dire, per cercare di dare una parte delle tante risposte possibili che potrei dare, bisogna partire da quello che Cristo fu all’epoca in cui venne su questa terra, centrando l’attenzione ovviamente sulla figura storica. Prima ancora di essere percepito come il Figlio di Dio, Gesù Cristo fu una persona che nacque nell’assoluta povertà, in un contesto di privazione e di disagio, ai margini, diremmo oggi, della ricca società ufficiale. Crebbe come un bambino normalissimo, sia pure vivace, spigliato, molto intelligente e capace fino a diventare uomo colto e di rottura, che sedeva a tavola con i peccatori (pentiti), perdonava le prostitute (pentite), che dava scandalo in base agli standard etici e morali di duemila anni fa. Fu il primo a distinguere la dimensione religiosa da quella del governo terreno, fra Dio e Cesare, fra il Regno dei Cieli e quello della terra.
Un personaggio storico di tal fatta, se si presentasse oggi, lo definiremmo senza alcun dubbio un rivoluzionario, un sovversivo, un estremista, insomma gli appiopperemmo le stesse colpe che duemila anni fa lo portarono sulla croce. Non dovrebbe stupirci se, venendo un’altra volta su questa terra, Cristo cacciasse in malo modo gli affaristi e i traccheggiatori che popolano le chiese, i gruppi di preghiera, le associazioni cristiane: lo fece già, ripulendo il tempio da commercianti e cambiavalute, gente dedita al lucro e al fare i soldi per i soldi. Il Cristo di oggi sarebbe il Cristo dei diritti civili e della difesa dell’ambiente (chiamiamolo pure “creatoâ€), che nelle povertà di oggi potrebbe, anzi sicuramente nascerebbe e crescerebbe, rifuggendo dallo sfarzo, dalla mediocrità e dalla perfida ambiguità che spesso troviamo in tante chiese e in tanti uomini di chiesa. Sarebbe un uomo che considererebbe la diversità molto più che un fatto normale, un diritto da riconoscere addirittura a chi non vuole omologarsi e vivere in schemi precostituiti: l’uomo è bianco, è maschio o femmina, deve avere la mia stessa fede, deve ambire al prestigio e alla ricchezza. Il Cristo di oggi rispetterebbe a difenderebbe la vita quando è passione, scambio di sensazioni, quando è pulsione, empatia, contatto, azioni-reazioni e, di contro, prenderebbe atto che la vita non c’è più quando tutto questo manca. Il Salvatore di oggi, al pari di quello di ieri, darebbe esclusiva importanza al suo regno che, dovremmo saperlo, non è di questo mondo, non riconoscendo nella sua Chiesa quanti, pur parlando in suo nome e in nome di Dio, dettano regole di pura natura civile piene di “noâ€, “non si faâ€, “non possumus†che evitano all’uomo di “possedere la terraâ€. Il Cristo di oggi insegnerebbe a guardare avanti, sarebbe un campione di progressismo, inteso proprio quale pieno compimento di un cammino dell’uomo verso la libertà e per il quale le parole “pace†e “amore†sono un modello di vita, una pratica quotidiana, un confronto diuturno con gli unici, dico gli unici precetti imposti da Dio.
Se Natale fosse oggi credo proprio che Cristo avremmo serie difficoltà a riconoscerlo. Ma se è vero che nasce nei nostri cuori è questo il Cristo che oggi vorrei nascesse in me. Auguri.
14 Settembre 2008   Fortress Europe
Per la prima volta in un film, la voce diretta dei migranti africani sulle brutali modalità con cui la Libia controlla i flussi migratori, su richiesta e grazie ai finanziamenti di Italia ed Europa. Un film di Riccardo Biadene, Andrea Segre e Dagmawi Yimer. 63 minuti. Una produzione Asinitas Onlus in collaborazione con ZaLab. Anteprima al Milano Film Festival il 16 settembre 2008 e a Roma il 23 settembre.
Si tratta di Come un uomo sulla terra
Dag studiava Giurisprudenza ad Addis Abeba, in Etiopia. A causa della forte repressione politica nel suo paese ha deciso di emigrare. Nell’inverno 2005 ha attraversato via terra il deserto tra Sudan e Libia. In Libia, però, si è imbattuto in una serie di disavventure legate non solo alle violenze dei contrabbandieri che gestiscono il viaggio verso il Mediterraneo, ma anche e soprattutto alle sopraffazioni e alle violenze subite dalla polizia libica, responsabile di indiscriminati arresti e disumane deportazioni. Sopravvissuto alla trappola Libica, Dag è riuscito ad arrivare via mare in Italia, a Roma, dove ha iniziato a frequentare la scuola di italiano Asinitas Onlus punto di incontro di molti immigrati africani coordinato da Marco Carsetti e da altri operatori e volontari. Qui ha imparato non solo l’italiano ma anche il linguaggio del video-documentario. Così ha deciso di raccogliere le memorie di suoi coetanei sul terribile viaggio attraverso la Libia, e di provare a rompere l’incomprensibile silenzio su quanto sta succedendo nel paese del Colonnello Gheddafi.
Come un uomo sulla terra è un viaggio di dolore e dignità, attraverso il quale Dagmawi Yimer riesce a dare voce alla memoria quasi impossibile di sofferenze umane, rispetto alle quali l’Italia e l’Europa hanno responsabilità che non possono rimanere ancora a lungo nascoste. Per vedere il trailer
clicca qui.
5 Marzo 2008   Gianni Stornello
Le origini della festa dell'8 marzo risalgono esattamente ad un secolo fa. Nel 1908 le operaie dell'industria tessile Cotton di New York scioperarono per protestare contro le terribili condizioni in cui erano costrette a lavorare. Lo sciopero durò alcuni giorni, ma l'8 marzo il proprietario Johnson bloccò tutte le porte della fabbrica per impedire alle operaie di uscire. Scoppiò un incendio e le 129 operaie prigioniere all'interno morirono carbonizzate. C’erano molte immigrate, tra cui anche delle italiane. Donne che cercavano di affrancarsi dalla miseria con il lavoro. In ricordo di questa tragedia, Rosa Luxemburg, la pasionaria comunista di origini polacche, propose questa data come una giornata di lotta internazionale a favore delle donne. L’8 marzo non è una festa, dunque, ma un giorno per riflettere sulla condizione femminile e per organizzare lotte per migliorare le condizioni di vita della donna: in questo modo la data assunse col tempo un'importanza mondiale, diventando il simbolo delle vessazioni che la donna ha dovuto subire nel corso dei secoli e il punto di partenza per il proprio riscatto. Un riscatto difficilmente conseguibile, a mio parere, con il sistema delle “quote rosaâ€, ma con un cambio radicale di mentalità che faccia uscire la donna dalla gabbia della “diversitàâ€: la donna, in quanto tale, non è “diversaâ€. E’ solo l’altra forma dell’uomo, inteso nel duplice aspetto di maschio e di femmina.
Per tornare all’8 marzo, sono d’accordo con quanti (e quante) sostengono che nel corso degli anni si è perduto il senso vero di questa ricorrenza e, mentre la maggioranza delle donne oggi approfitta di questa giornata per uscire con le amiche per concedersi una serata diversa, magari all'insegna della "trasgressione", i commercianti ne approfittano per sfruttarne le potenzialità commerciali.
Così molte donne che rifiutano l'immagine della donna proposta dalla società odierna, per anni hanno smesso di riconoscersi in questa giornata, sancendo indirettamente la mutazione genetica della ricorrenza stessa. Ad un secolo di distanza, parecchia acqua è passata sotto i ponti, ma le condizioni che fecero dell’9 marzo una giornata di lotta, non sono state rimosse e ancora la donna è troppo spesso vittima di discriminazioni, violenze morali e materiali, umiliazioni. E’ su queste che bisognerebbe riflettere e contro queste bisognerebbe lottare.
25 Febbraio 2008   Simone Baroncia
All'uscita dalla messa, una firma per chiedere lo smantellamento degli arsenali nucleari in Italia. È la proposta rivolta a tutti i cattolici dalle associazioni e dalle riviste di ispirazione cristiana che promuovono la campagna "Un futuro senza atomiche", la legge di iniziativa popolare per dichiarare il territorio della Repubblica italiana "zona libera da armi nucleari", in cui cioè non è ammesso "il transito e il deposito, anche temporaneo, di armi nucleari" .
“In Italia ci sono armi nucleari, ma non dovrebbero esserciâ€, scrivono le associazioni cattoliche (fra cui Azione Cattolica, Acli, Agesci, Beati i costruttori di pace, Conferenza Istituti missionari, Focsiv, Pax Christi) e le riviste Missione Oggi, Mosaico di Pace e Nigrizia. “Un'azione tesa a liberare il territorio nazionale dalle armi nucleari di proprietà altrui -prosegue il documento- potrebbe rappresentare quel gesto di buona volontà che permetta di instaurare un circolo virtuoso, rilanciando così i negoziati internazionali volti allo smantellamento progressivo e concordato delle armi nucleari esistentiâ€.
Infine, un appello ai credenti: “Le nostre associazioni chiedono a tutte le donne e a tutti gli uomini di buona volontà di sostenere la campagna 'Un futuro senza atomiche', effettuando raccolte di firme in tutte le occasioni del periodo che va dal Natale alla Giornata Mondiale della Pace e durante il mese della Pace che tante comunità cristiane hanno dichiarato per gennaio. Un mondo libero da armi nucleari è un'aspirazione condivisa dall'umanità. Dimostriamo tutti insieme di avere a cuore il futuro dell'umanitàâ€.
Un richiamo che prende le mosse anche dal passaggio conclusivo del Messaggio di Benedetto XVI per la Giornata Mondiale della Pace del 1 gennaio 2008: “È veramente necessaria in tempi tanto difficili la mobilitazione di tutte le persone di buona volontà per trovare concreti accordi in vista di un'efficace smilitarizzazione, soprattutto nel campo delle armi nucleari -ha scritto il papa-. In questa fase in cui il processo di non proliferazione nucleare sta segnando il passo, sento il dovere di esortare le Autorità a riprendere con più ferma determinazione le trattative in vista dello smantellamento progressivo e concordato delle armi nucleari esistentiâ€.
Sono almeno 90 le bombe atomiche stabilmente presenti in Italia -nonostante l'Italia abbia ratificato da oltre trent'anni il Trattato di non proliferazione nucleare (Tnp), impegnandosi così a non produrre né ad ospitare armi nucleari: 50 ad Aviano (Pn), nella base delle forze armate Usa, e 40 a Ghedi (Bs), nell'aeroporto dell'aeronautica militare. I primi cittadini dei due Comuni, Stefano Del Cont e Anna Giulia Guarneri, insieme ai sindaci di altre città europee che ospitano armi nucleari, in una lettera pubblica hanno recentemente ribadito la richiesta di rimuovere dai rispettivi territori le atomiche, ‘vecchi rimasugli della Guerra Fredda’.
E, oltre alle bombe, ci sono navi e sottomarini a propulsione nucleare che attraccano negli 11 porti italiani 'abilitati' a tale traffico e cacciabombardieri che atterrano e ripartono dagli aeroporti, sorvolando il territorio nazionale. Su tutti questi fronti vorrebbe intervenire la legge di iniziativa popolare, che intende smantellare gli arsenali nucleari e che dovrà essere sottoscritta, entro la fine del prossimo marzo, da almeno 50mila persone, affinché possa iniziare il suo iter parlamentare.
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