La storia non è una galoppata senza possibilità di ristagni o di involuzioni.
Giombattista Vico

30 Dicembre 2008   Marco Magrini da IlSole24ore.com
Nel deserto del New Mexico, non lontano dal pueblo indiano di Taos, c'è una specie di città nascosta. La chiamano Earthship, «navicella Terra»: un centinaio di case che punteggiano a perdita d'occhio una distesa di arbusti, completamente scollegate dai servizi pubblici eppure energeticamente indipendenti. «Ognuna si produce l'elettricità, raccoglie l'acqua, regola la temperatura e gestisce gli scarichi da sola», racconta fiero Michael Reynolds, l'architetto ambientalista che, da fine anni 70, ha fatto crescere pian piano Earthship nel bel mezzo del nulla. Una sorta di utopico paradigma della sostenibilità, spuntato nel ventre del Paese più energivoro al mondo.
Eppure, nel 2009 che va a incominciare, l'America - mille miglia lontana da quel modello - volgerà idealmente lo sguardo verso Earthship, per incamminarsi, anche solo un po', nella sua direzione. «I cambiamenti climatici e la nostra dipendenza dal petrolio d'importazione sono due problemi che, se lasciati ancora senza risposta, continueranno a indebolire la nostra economia e a minacciare la sicurezza nazionale. Tutto questo cambierà. Con la mia presidenza, l'America guiderà la lotta ai cambiamenti climatici, rafforzando la nostra sicurezza e creando in questo modo milioni di nuovi posti di lavoro». Più chiaro di così, Barack Obama non poteva essere. D'improvviso, il 20 gennaio, gli Stati Uniti dismettono l'unilateralismo tranchant di Bush e si allineano all'Europa - sin qui la paladina, nella lotta al clima - e perfino alla Cina, che non fa più mistero di temere l'effetto-serra e di scommettere sul ritorno economico delle nuove energie. Al che, i Paesi del mondo, dopo dieci anni di fallimenti, al vertice 2009 di Copenhagen avranno qualche chance in più di raggiungere un accordo sui tagli alle emissioni di CO2. Ma quello sarà solo l'inizio.
Tutto dipende dall'angolo di osservazione. E, al momento, si vede solo una salita, anche piuttosto impervia. Come dice qualcuno, c'è da "decarbonizzare" l'economia. Per transitare da un mondo dipendente da petrolio, gas e carbone - che all'atto della combustione producono anidride carbonica - a un mondo energeticamente più sostenibile, c'è da fare una vera rivoluzione.
23 Dicembre 2008   Gianni Stornello
L€argomento è di quelli difficili, ostici, addirittura rischiosi. Ma, con grande sincerità nei confronti di chi legge, lo sottopongo al giudizio e al confronto pubblici.
Se Cristo fosse venuto oggi o se tornasse oggi che figura sarebbe? Che ruolo avrebbe nei confronti del mondo, il nostro mondo? Che rapporto avrebbe con le questioni del nostro tempo? E con la Chiesa? Con la chiesa-apparato, la chiesa curiale, la chiesa temporale? Per rispondere o, per meglio dire, per cercare di dare una parte delle tante risposte possibili che potrei dare, bisogna partire da quello che Cristo fu all€epoca in cui venne su questa terra, centrando l€attenzione ovviamente sulla figura storica. Prima ancora di essere percepito come il Figlio di Dio, Gesù Cristo fu una persona che nacque nell€assoluta povertà, in un contesto di privazione e di disagio, ai margini, diremmo oggi, della ricca società ufficiale. Crebbe come un bambino normalissimo, sia pure vivace, spigliato, molto intelligente e capace fino a diventare uomo colto e di rottura, che sedeva a tavola con i peccatori (pentiti), perdonava le prostitute (pentite), che dava scandalo in base agli standard etici e morali di duemila anni fa. Fu il primo a distinguere la dimensione religiosa da quella del governo terreno, fra Dio e Cesare, fra il Regno dei Cieli e quello della terra.
Un personaggio storico di tal fatta, se si presentasse oggi, lo definiremmo senza alcun dubbio un rivoluzionario, un sovversivo, un estremista, insomma gli appiopperemmo le stesse colpe che duemila anni fa lo portarono sulla croce. Non dovrebbe stupirci se, venendo un€altra volta su questa terra, Cristo cacciasse in malo modo gli affaristi e i traccheggiatori che popolano le chiese, i gruppi di preghiera, le associazioni cristiane: lo fece già, ripulendo il tempio da commercianti e cambiavalute, gente dedita al lucro e al fare i soldi per i soldi. Il Cristo di oggi sarebbe il Cristo dei diritti civili e della difesa dell€ambiente (chiamiamolo pure €creato€), che nelle povertà di oggi potrebbe, anzi sicuramente nascerebbe e crescerebbe, rifuggendo dallo sfarzo, dalla mediocrità e dalla perfida ambiguità che spesso troviamo in tante chiese e in tanti uomini di chiesa. Sarebbe un uomo che considererebbe la diversità molto più che un fatto normale, un diritto da riconoscere addirittura a chi non vuole omologarsi e vivere in schemi precostituiti: l€uomo è bianco, è maschio o femmina, deve avere la mia stessa fede, deve ambire al prestigio e alla ricchezza. Il Cristo di oggi rispetterebbe a difenderebbe la vita quando è passione, scambio di sensazioni, quando è pulsione, empatia, contatto, azioni-reazioni e, di contro, prenderebbe atto che la vita non c€è più quando tutto questo manca. Il Salvatore di oggi, al pari di quello di ieri, darebbe esclusiva importanza al suo regno che, dovremmo saperlo, non è di questo mondo, non riconoscendo nella sua Chiesa quanti, pur parlando in suo nome e in nome di Dio, dettano regole di pura natura civile piene di €no€, €non si fa€, €non possumus€ che evitano all€uomo di €possedere la terra€. Il Cristo di oggi insegnerebbe a guardare avanti, sarebbe un campione di progressismo, inteso proprio quale pieno compimento di un cammino dell€uomo verso la libertà e per il quale le parole €pace€ e €amore€ sono un modello di vita, una pratica quotidiana, un confronto diuturno con gli unici, dico gli unici precetti imposti da Dio.
Se Natale fosse oggi credo proprio che Cristo avremmo serie difficoltà a riconoscerlo. Ma se è vero che nasce nei nostri cuori è questo il Cristo che oggi vorrei nascesse in me. Auguri.
17 Dicembre 2008   Gianni Stornello
E€ ancor presto per dire se in Italia si sta aprendo una nuova Tangentopoli, delle proporzioni e dell€impatto che ebbe quella dei primi anni €90. Una cosa è certa: sta emergendo una serie di atti frutto di malcostume politico dei quali sono uomini del Partito Democratico i principali responsabili. Ancora una volta dunque rischiamo di trovarci dinnanzi alla necessità del ricambio di una classe dirigente non perché vecchia, logora, fra le più longeve dell€Occidente, ma perché invischiata in affari, in giri di tangenti, in appalti poco chiari. Insomma sono ancora una volta i giudici ad imporre soluzioni che dovrebbero essere adottate naturalmente, senza traumi. La deriva che si sta prospettando è quella di un partito sotto processo, messo sotto scacco su uno dei terreni (quello della moralità pubblica) sul quale si sarebbe dovuto differenziare (€noi siamo diversi€), in forte calo di consensi a vantaggio di quello che è, tradizionalmente e strutturalmente, il partito di Mani Pulite, cioè l€Italia dei Valori di Antonio di Pietro. Dalle dichiarazioni del segretario del PD Walter Veltroni si evidenzia una forte volontà di dare una svolta nella costituzione della classe dirigente democratica appunto sul crinale della questione morale. Il punto è questo. Se IDV è il partito di Mani Pulite, il PD deve diventare il partito dalle Mani Pulite. Non è giusto elencare i posti, le città, le regioni, gli enti nei quali uomini del PD hanno gravemente leso principi etici e si sono macchiati di reati tradendo tra l€altro le aspettative e le speranze di un popolo che possiede nel dna i tratti caratterizzanti della moralità pubblica, della distinzione netta fra buona e mala politica, che ha ben presente la differenza che corre fra la politica e l€economia sana da un lato e la criminalità organizzata dall€altro. Al punto in cui siamo la svolta si impone. Altrimenti sarà giocoforza l€attribuzione della leadership politica, oltre che morale, di tutto il centro-sinistra all€Italia dei Valori: un alleato privilegiato per il PD che tale deve restare, proprio perchè fondato su storie personali e politiche legate alla lotta al malaffare e alla mafia (quella Di Pietro e di Leoluca Orlando su tutte). Ma che rischia di diventare, suo malgrado, il cannibale di un partito, il PD, che non può permettersi il lusso di stare ancora alla sbarra e di sentirsi dire da Berlusconi, proprio da lui, che al suo interno c€è una questione morale.
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