La storia non è una galoppata senza possibilità di ristagni o di involuzioni.
Giombattista Vico

13 Ottobre 2009   Anna Donati da Terranews.it
Anche il capo dello Stato, dopo la tragedia annunciata di Messina, è intervenuto con parole molto nette: prima di realizzare opere faraoniche bisogna mettere in sicurezza il territorio. E tutti hanno pensato al Ponte sullo Stretto di Messina, l’opera simbolo del governo Berlusconi che costa 6,3 miliardi di euro. Nemmeno le esortazioni di Guido Bertolaso, capo della Protezione civile, hanno indotto una seria riflessione nel governo, quando ha detto che per rendere sicuro il nostro territorio e mettere un freno al dissesto idrogeologico servono 25 miliardi di euro e che bisogna smettere di costruire in modo abusivo parti di territorio e città. Niente da fare, non servono i morti e non servono gli autorevoli interventi: il governo Berlusconi tira dritto sul progetto del Ponte sullo Stretto e non ritira il famoso Piano casa di cementificazione selvaggia, dell’urbanistica “fai da te”.
Tanto, è il ritornello ricorrente, Ponte, Piano casa, dissesto idrogeologico e tragedia di Messina sono cose diverse, che non c’entrano, e il ripeterlo in modo ossessivo è la miglior prova della “relazione”. Il governo ha ammesso di non avere i 25 miliardi necessari (come una manovra finanziaria) e che quindi il Ponte sullo Stretto può andare avanti perché in fondo costa “solo” 6,3 miliardi, che per il 60% verranno da fondi privati. Proprio in questi giorni è scaduto il mandato del commissario straordinario Pietro Ciucci, “l’uomo del Ponte “ che è anche amministratore delegato della Società Stretto di Messina e presidente di Anas, che aveva il compito di presentare il nuovo piano finanziario evitando le forche caudine del Cipe.
1 Ottobre 2009   Beppe Lopez da Articolo21.info
Con la mobilitazione del 3 ottobre, finalmente, si passa dalle polemiche di carta a una mobilitazione di uomini e donne in carne ed ossa. La grande manifestazione romana, promossa da Fnsi e Articolo 21, costituisce una tempestiva e utile occasione di aggregazione e di lotta per sollecitare una ”opinione pubblica” frastornata a prendere coscienza del punto-limite al quale sono giunti la democrazia e i diritti sociali nel nostro Paese.
Si faranno dei passi concreti su questa strada, però, se insieme ad una forte e convinta partecipazione a questo movimento matureranno la capacità di distinguere le diverse componenti e le ragioni strutturali dell’inadeguato funzionamento del sistema democratico nel nostro Paese e delle contraddizioni e manchevolezze di fondo del ruolo che vi svolge il sistema informativo (concentrazione proprietaria, omologazione informativa, subalternità al potere prima politico e oggi economico-affaristico, assimilazione al Palazzo, autoreferenzialità, ecc.). Queste ragioni strutturali, colte e sfruttate sino alle estreme conseguenze da Berlusconi - così come è avvenuto in politica, nella strutturazione partitica, per la logica maggioritaria, ecc. - sono le stesse che il ”berlusconismo” accentua e impedisce di aggredire o anche solo di rilevare in tutta la loro gravità e persistenza.
Si potrebbe cominciare col chiarire che la stessa espressione ”libertà di stampa” (e quella connessa di ”attentati alla libertà di stampa”) comprende due cose, intrecciate ma diverse: la libertà di opinione e la libertà di informazione. E cioè: da un canto il diritto di ”manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”, sancito dall’art.21 della Costituzione, e dall’altro il diritto ad essere informati, letteralmente non previsto dalla cultura liberal-ottocentesca che ispirò quello specifico disposto costituzionale, in un Paese che non aveva mai avuto un sistema informativo moderno, ma prepotentemente impostosi come diritto di base del cittadino nella seconda metà del XX secolo.
28 Settembre 2009   Roberto Bertinetti da IlMessaggero.it
Il consenso per il New Labour è in caduta libera nel Regno Unito: sono ormai venti i punti di distacco che separano il partito al governo a Londra dal 1997 dai conservatori di David Cameron, secondo gli ultimi sondaggi. Un divario incolmabile, dicono gli esperti, concordi nel giudicare inevitabile una sconfitta alle prossime politiche. Colpa soltanto di Gordon Brown e delle scelte compiute dal premier dopo aver preso il posto di Tony Blair? No, risponde senza alcuna esitazione lo storico Giuseppe Berta nel suo Eclisse della socialdemocrazia (il Mulino, 135 pagine, 10 euro). Perché la crisi nella quale sono precipitati i laburisti è la stessa che attraversa tutti i partiti europei di sinistra, privi di un progetto credibile di trasformazione della società dopo aver scelto di mettere da parte antiche parole d’ordine e di concentrarsi su un unico obiettivo: favorire la crescita economica. Ma adesso che il ciclo espansivo è finito i socialdemocratici non sembrano in grado di mettere in campo una strategia diversa e la maggioranza degli elettori dell’intero continente premia con il voto formazioni di centrodestra.
Se l’analisi di Berta si concentra in modo particolare sul New Labour è perché si tratta della formazione che più di altre in Europa ha cercato di innovare a sinistra dopo che i suoi leader si erano resi conto che nell’epoca del post-fordismo e della globalizzazione le ricette messe a punto durante la prima parte del secolo non potevano più funzionare. E così prese forma l’idea della “Terza Via” che il suo teorico Anthony Giddens riteneva la sola percorribile per le forze riformatrici dopo la morte del socialismo. «Per i laburisti la questione centrale – rileva Berta – consiste nell’adattare la società al sistema economico giudicato immodificabile. Con il risultato che il partito abdica nella sostanza al rapporto dialettico con il capitalismo che aveva caratterizzato i momenti migliori della sua storia lungo il Novecento. Non c’è posto, in questo schema, per dubbi sulla natura dei processi di globalizzazione: per produrre ricchezza occorre stare continuamente al passo con il mutare delle circostanze entro cui si svolge il processo economico. L’età globale esige che si scrivano storie di successo, che hanno per protagoniste le nazioni capaci prima di altre di interpretare i bisogni di cambiamento».
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