Il ricordo è l'unico paradiso dal quale
non possiamo venir cacciati.

Jean Paul

30 Dicembre 2010   gruppoabele.org
Centosettanta morti, sessantacinque per suicidio. È questo l'amaro bilancio di un 2010 che volge al termine mantenendo pressoché stabile il numero dei decessi nelle carceri italiane rispetto al 2009. L'ultimo ad andarsene, Marco Fiori, aveva appena 24 anni e si è tolto la vita nella casa circondariale di Genova Pontedecimo, lo scorso 19 dicembre.
Le condizioni dell'ambiente carcerario e le sue dinamiche sono in Italia un argomento controverso: i cittadini chiedono maggiore sicurezza, e la politica risponde con provvedimenti che spostano l'accento sull'aspetto punitivo, anziché su quello sociale - di prevenzione dei reati - e pregiudicano fortemente la funzione riabilitativa della pena. Leggi come la Bossi-Fini sull'immigrazione, la Fini-Giovanardi sulle droghe e la ex-Cirielli sulle recidive hanno fatto sì che oggi, a fronte di una capienza regolamentare di 44.327 posti, le carceri italiane si siano riempite fino a sfiorare i 70 mila detenuti, per oltre il 60% appartenenti alle cosiddette "fasce deboli" della popolazione: immigrati e tossicodipendenti soprattutto, ma anche senza dimora e sofferenti psichici. Il carcere dunque come luogo di "espiazione" per chi è portatore di un disagio sociale, anziché luogo di rieducazione per chi ha commesso un reato. Tanto è vero che, a fronte di un significativo aumento dei reclusi, il numero dei delitti denunciati all'autorità giudiziaria nel 2009 è fermo ai livelli del 2005.
Cosa è cambiato da allora? In primo luogo c'è stata una drastica diminuzione dell'utilizzo delle misure alternative al carcere: dal 2004 ad oggi - sottolinea un'inchiesta del mensile Animazione sociale (Gruppo Abele) - le persone detenute che hanno avuto accesso a tali misure sono scesa da 50 mila a 21 mila e negli stessi anni (dati dell'Osservatorio sul carcere di Ristretti Orizzonti) i detenuti sono passati da 55mila agli attuali 68mila. Questo, nonostante le statistiche dimostrino che il tasso di recidiva, circa il 70% tra coloro che hanno scontato in carcere l'intera pena detentiva, scenda al 20% tra coloro che hanno avuto accesso alle misure alternative.
Il sovraffollamento delle strutture, come si può immaginare, ostacola la messa in atto programmi di riabilitazione e crea le condizioni perché crescano le morti per suicidio, tra i detenuti e anche tra le guardie carcerarie (tre i casi nel 2010). In dieci anni sono morte in carcere più di 1700 persone, oltre un terzo per suicidio e altrettante per cause ancora da accertare, che possono comprendere la mancanza di assistenza sanitaria, l'overdose e incidenti di vario genere. Tra le carceri col più alto numero di suicidi, spiccano quelle in cui maggiore è il sovraffollamento, come a Sulmona, 11 suicidi in 5 anni, tasso di sovraffollamento al 147%, oppure Siracusa, tasso di sovraffollamento al 166%, dove solo nel 2010 si sono uccise 4 persone. Questa correlazione è stata denunciata dall'"Osservatorio permanente sulle morti in carcere" che unisce Radicali Italiani, Associazione Il Detenuto Ignoto, Associazione Antigone, Associazione A Buon Diritto e le redazioni di Radiocarcere e Ristretti Orizzonti.
Oggi, per le persone recluse, la speranza di uscire definitivamente dal circuito detentivo si assottiglia, perché mancano politiche che le incentivino e sostengano nella ricostruzione della propria vita dopo la pena. Davanti all'abbandono e all'indifferenza, sempre più spesso c'è chi non vede altra possibilità che farla finita: un fallimento per un sistema carcerario che la nostra Costituzione individua come strumento "reintegrativo" dell'individuo all'interno della società.
10 Dicembre 2010   Terrelibere.org
Come sono prodotti i cibi che mangiamo? Da dove vengono? Chi li lavora? Perché la Confindustria non butta fuori le aziende che utilizzano manodopera in nero e condizioni di lavoro disarmanti? "Voi li chiamate clandestini", il libro di Laura Galesi e Antonello Mangano è prima di tutto un viaggio nell`agricoltura meridionale, segnata da mafia e caporalato.
Ma senza pietismi e commiserazione. Nel corso del viaggio durato due anni non abbiamo incontrato "ultimi" e "schiavi" ma lavoratori carichi di dignità, impegnati in attività sindacali di frontiera (Nardò, Castel Volturno) e nell`antimafia di piazza (rivolte di Rosarno e Castel Volturno). Senza la legislazione vigente, repressiva e discriminatoria, sosterrebbero in condizioni civili un intero settore economico.
Già adesso sono essenziali. Come manodopera a costo zero, lavoratori senza diritto nemmeno a un tetto. Sono la parte impresentabile delle produzioni Doc, della dieta mediterranea, della pizza e della pastasciutta, di una buona parte di quanto – almeno fino a oggi - ci rende orgogliosi di essere italiani. Tollerati, sfruttati, criminalizzati e consapevoli, li definiva un rapporto di Medici Senza Frontiere rimasto del tutto inascoltato.
Tutti ci siamo commossi di fronte alle fotografie dei piccoli lavoratori asiatici sorpresi a cucire palloni per marchi notissimi. Alle immagini dei blood diamonds procacciati in mezzo alle guerre africane e venduti ai ricchi occidentali. Ma che dire del nostro piatto di pasta al pomodoro? Delle arance? Del vino? Di fragole, angurie, patate? Nessuno può dirsi innocente, nessuno può dire: non mi riguarda.
Viaggiando nelle campagne del Mezzogiorno (in Sicilia, Calabria, Campania, Puglia e Basilicata), abbiamo trovato tanti tratti comuni tra le varie realtà. Intanto, non c`è praticamente nessuna istituzione che voglia risolvere autentiche emergenze umanitarie. Oltre la nota Rosarno, abbiamo mille e più africani a Palazzo San Gervasio, in un centro che ogni estate scoppiava (quest`anno non è stato neppure aperto); le situazioni estreme di Castel Volturno e San Nicola Varco, dove c`è stato il primo sgombero di massa; i ladri d`acqua di Licata; il trasporto su gomma dai mercati ortofrutticoli gestito da casalesi e `ndranghetisti; i vendemmiatori di Alcamo che dormivano in strada; la tendopoli di Cassibile circondata da tensioni e razzismo e non ultimi i 'festini agricoli' nel vittoriese.
Tante piccole emergenze che si ripropongono annualmente rispettando il carattere stagionale delle raccolte. I pomodori d`estate, la vendemmia a settembre, gli agrumi d`inverno. Una soluzione definitiva, per esempio il rispetto della legge che assegna ai padroni l`accoglienza dei lavoratori stagionali o la lotta al caporalato, significherebbe la fine di tanti stanziamenti e interventi più o meno strampalati che sono diventati il lavoro di associazioni, politici locali, enti di assistenza. Tendopoli e corsi di formazione, centri di aggregazione e progetti per l`integrazione. Tutto tranne che il riconoscimento dei diritti.
7 Dicembre 2010   Carlo Ruta per Left Avvenimenti-L’Isola possibile
La prospettiva unitaria non era solo nelle aspettative del ceto dirigente sabaudo e dell’industria del nord, penalizzata quest’ultima dalle barriere doganali che, lungo la penisola, deprimevano la circolazione delle merci. Veniva reclamata dal mondo intellettuale, che si riconosceva in una lingua comune e in un secolare patrimonio di tradizioni, scientifiche, letterarie e non solo. Correlata a istanze di tipo federalistico, veniva presa in considerazione da sicilianisti come Domenico Scinà, Pietro Lanza di Scordia, Isidoro La Lumia, Michele Amari. Fu tenuta in debito conto da Ruggero Settimo e dagli altri capi rivoluzionari del ‘48 palermitano, prima della inevitabile sconfitta. Su tale prospettiva, rivendicata pure dai locali padroni del vapore, dai Florio agli inglesi Woodhouse e Ingham, convergeva altresì, negli anni cinquanta, il radicalismo democratico che, lungo i tracciati mazziniani e garibaldini, andava diffondendosi fra i ceti medi e popolari dell’isola, sotto l’egida di personalità come Francesco Crispi e Rosolino Pilo. Tutto questo, associato ad alcuni iter in corso nel continente europeo, dovrebbe confortare la tesi di una storia tutto sommato coerente e liberale dell’unità d’Italia. Esistono nondimeno fatti, controversi, che tanto più oggi sollecitano a nuovi impegni interpretativi.
Agli esordi dell’impresa siciliana, Garibaldi e i suoi referenti dell’isola presero in seria considerazione l’argomento della terra. Nel vivo dei combattimenti, il 2 giugno 1860, un decreto firmato da Francesco Crispi ne prometteva infatti l’assegnazione ai contadini, a partire da coloro che si sarebbero battuti “per la patria”. In realtà, i fatti di Bronte, Alcara, e altri centri, che per la loro gravità hanno gettato ombre sul garibaldismo di quei frangenti, testimoniano come andarono le cose. L’anno clou, che aprì realmente la questione meridionale fu comunque il 1862, quando, in un contesto del tutto diverso, sullo sfondo del nuovo regno sabaudo, il radicalismo democratico, che avrebbe potuto sorreggere le istanze civili nel sud, con l’attuazione di una riforma agraria e non solo, venne sbaragliato. La resa dei conti venne quando Garibaldi mosse dalla Sicilia per risolvere militarmente la questione romana, giacché il capo del governo Rattazzi, apparso di primo acchito interlocutorio, non esitò a proclamare nell’isola lo stato d’assedio, conferendo il comando delle truppe a Raffaele Cadorna. Ne seguirono rastrellamenti e repressioni, a Girgenti, Racalmuto, Alcamo, Bagheria, Siculiana, Grotte, Casteltermini, culminanti in autunno con l’eccidio di Fantina. In tutto il Mezzogiorno, attraversato dalla guerriglia legittimista, l’anno si chiudeva d’altronde, come veniva espresso in un rapporto della Camera, con oltre 15 mila fucilazioni e circa mille uccisi in combattimento. Entrava così nel vivo l’offensiva di Cadorna, che avrebbe avuto un momento decisivo nel 1866, quando la rivoluzione detta del Sette e Mezzo sarebbe stata repressa con il cannoneggiamento di Palermo.
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