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La_Repubblica_logoCollecalandra potrebbe essere un qualunque borgo incastonato nel bel territorio ibleo, ma questo “paese della terra e del mare, delle cave e delle strade larghe” è in realtà Ispica, che poggia sulla collina denominata proprio colle Calandra. È in questo suggestivo luogo che si ambienta l’avvincente storia narrata da Gianni Stornello, nel suo secondo romanzo Il figlio della Ruota.
Tra saga familiare e romanzo storico, è la coinvolgente vicenda di Nirìa, figlio illegittimo di un ricco proprietario terriero, don Totò Traina – rimasto vedovo in giovane età – e della sua cameriera donna Rosa Bennardo. Strappato appena nato dalle braccia delle madre, Nirìa ‘U bastardieddu è posto nella Ruota della Chiesa principale del paese dove si abbandonavano, per troppa povertà o per evitare scandali, i bambini frutto di gravidanze non volute. Qui vi rimane però solo un giorno e da quel momento ha inizio la sua esistenza travagliata di chi ha il sangue “troppo blu e troppo rosso”. E’ proprio il protagonista, ormai ultraottantenne, a narrare la sua faticosa ricerca di una identità, in un racconto ricco di colorite espressioni dialettali che si snoda in un lungo percorso dagli anni Venti del Novecento fino ai nostri giorni, incrociando le miserie e le virtù di un popolo, tra gesti infami e generosi, cuttigghi e maledizioni, essere e apparire in una terra dal sapore antico e da sempre regno di insanabili contraddizioni e vividi contrasti.

Emilia Musumeci
per La Repubblica

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