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Loris StivalDa Novi Ligure a Cogne, fino a Santa Croce Camerina con la vicenda tristissima del piccolo Loris, passando per tanti altri casi di violenza consumata in famiglia o fra vicini di casa (ricordate la strage di Erba?). Quanti di noi, nell’apprendere di questi fatti immani, hanno pensato di primo acchito all’orco immigrato? Ai tempi di Novi Ligure si parlava di albanesi, oggi, per il semplice fatto che a Santa Croce Camerina c’è una grossa comunità di immigrati nordafricani, fra le più vecchie e numerose della provincia di Ragusa, è stato facile pensare ad uno di loro. Ed invece vediamo come è andata a finire. Questi fatti ci inducono a riflessioni infinite su un mare di questioni. Qui ne porto solo due: la violenza, anche efferata, non ha colore di pelle, ma ha il colore nero dell’animo di una persona. L’altra: accanto al fenomeno dell’immigrazione che va sicuramente governato, e non sfruttato o strumentalizzato, c’è una grossa emergenza sociale che riguarda le famiglie “normali”. E non è solo un problema economico: l’agiatezza della famiglia di Loris ne è la riprova. E’ una questione di “male oscuro” del nostro tempo, di solitudini, di disagi di vario genere che la comunità a volte stenta a capire o che liquida con battute del tipo “sono una casa di pazzi!”. E’ difficile entrare negli affari delle persone. Farsi gli affari propri è l’imperativo dei nostri giorni che cresce di pari passo con il trascorrere di questo tempo. Una volta si chiamava “ritorno al privato”: era il fenomeno opposto portato dal ’68 in cui la “comunità”, le cose in comune, lo stare insieme, il condividere le battaglie sociali veniva prima. Chi pensa, come me, di avere un ruolo pubblico, il problema se lo deve porre: come si fa a rispettare la privacy, non ledere il diritto alla riservatezza di persone e famiglie ed agire concretamente per evitare i danni e i morti? Le “reti di salvaguardia sociale” sono uno strumento indispensabile. Ve ne sono già di importanti: la parrocchia, la stessa scuola, la comitiva, io metterei anche le comunità virtuali, anche se una bella serata fra amici vale mille volte una chattata davanti al computer. Ma in tutto questo il potere pubblico un ruolo deve averlo. C’è un disagio sociale diffuso, presente anche dove apparentemente “ci sono i soldi”, rispetto al quale un Comune, un’Amministrazione comunale, non si può girare dall’altra parte. Essere sindaco in questo tempo vuol dire porsi anche questo problema, cercando di affrontarlo al meglio promuovendo e assecondando le “reti di solidarietà”, quelle che nascono spontaneamente. Vuol dire creare luoghi ed opportunità di aggregazione perché è da esse che nasce una “rete”. E’ difficile, lo so. Ma una difficoltà del genere non è forse pari a quella di andare ad amministrare un comune dissestato in tutti i sensi?

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