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È passato un anno da quando Thomas Fidelio, il Masino amico di tutti, ci ha lasciato. Un anno fa fu unanime il cordoglio per quella che era considerata una perdita per la comunità. La sua affabilità e la sua disponibilità ancora oggi ci commuovono. Ispica perdette un talento musicale di rara qualità: ecco il motivo per cui è doveroso ricordare Masino ad un anno dalla scomparsa.

Masino Fidelio e il suo sax

Aveva la musica nel sangue, Masino. E per Ispica non è una novità. Vantiamo compositori e musicisti di valore, sono molti i giovani che si cimentano nel suonare uno strumento grazie alle nostre bande musicali, i corsi musicali delle scuole sono molto frequentati. Masino Fidelio era un’altra cosa. Innanzitutto era un professionista della composizione. Masino era la promessa di successo tradita, era la voglia di “sfondare” che si infrangeva nella cruda realtà di un mondo dove a volte non vale solo l’essere bravo, ma dove ci vuole tanta, tanta fortuna. Quella che a Masino non ha sorriso.

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Si alza il sipario su”, un disco in vinile Masino, qui Tommaso Fidelio

Non sapremo mai se è stato lui il vero autore di “Che sarà” o de “La prima cosa bella”. Dai discorsi che abbiamo avuto negli anni, nei quali lo provocavo, dalle sue reazioni, dalle mezze cose che mi diceva mi sono convinto di sì. Ma non al punto di poterlo dire forte e chiaro che quel “Paese mio che stai sulla collina/Disteso come un vecchio addormentato” era Ispica e che quell’interrogativo, Che sarà?, era l’interrogativo, intriso di pessimismo proprio di certi artisti, che si poneva un ragazzo di Ispica, lo stesso Masino, che nella musica voleva trovare il suo futuro e che per questo emigrava portando con sé la chitarra. Ed è suggestivo il fatto che l’esodo di allora (siamo alla fine degli anni ’60 e agli inizi dei ‘70) sia del tutto simile a quello di oggi. Basta ascoltare o, nel nostro caso, leggere: “Gli amici miei son quasi tutti via/E gli altri partiranno dopo me/Peccato perché stavo bene/In loro compagnia/Ma tutto passa tutto se ne va”, cantavano José Feliciano e i Ricchi e Poveri al Festival di Sanremo del 1971 con quella canzone che poi fece il giro del mondo. Ci resta il dubbio anche su quell’altra canzone, questa volta d’amore, fra le più belle del genere, “La prima cosa bella” che la voce cavernosa di Nicola Di Bari portò a Sanremo nel 1970 e nella quale Masino avrebbe collaborato niente meno che con il grande Mogol che ne scrisse il testo. Proprio l’anno scorso, l’anno della scomparsa di Masino Fidelio, Nicola Di Bari, amico stretto del nostro Thomas, ha pubblicato un album intitolato “Una vita di canzoni” che comprende anche “La prima cosa bella” che ancora i Ricchi e Poveri e una bravissima Malika Ayane hanno riproposto con successo rispettivamente nel 1983 e nel 2010.

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Anni ’70, Thomas Fidelio canta in piazza Regina Margherita

Ho sempre sostenuto che il nome di Masino Fidelio debba essere iscritto nell’albo d’oro degli ispicesi illustri. È per questo che in Consiglio comunale ho proposto di conferirgli la cittadinanza benemerita alla memoria e di tenere una serata, in estate, in piazza, con quello che oggi può sembrare solo un sogno: la reunion degli Osaka 2000, la storica band ispicese che, in sodalizio con il nostro Thomas Fidelio e il suo sax, intratteneva il pubblico siciliano negli anni ‘70 e ’80. Ci stiamo lavorando. Masino ci darà una mano.

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Il sesamo di Ispica va alla conquista del Sol Levante. L’Antica Dolceria Bonajuto di Modica sta presentando proprio in questi giorni in anteprima mondiale alcuni nuovi prodotti al Salon du Chocolat che tiene la sua diciannovesima edizione a Tokyo.
Fra queste novità c’è un cioccolatino bianco con croccante al sesamo di Ispica.

Una confezione di cioccolatini al sesamo di Ispica

Un brand di grande qualità qual è Bonajuto ha individuato un ingrediente fondamentale per una sua nuova proposta proprio nel sesamo prodotto nelle campagne di Ispica, l’unico autoctono fra quelli in circolazione, da qualche anno presidio Slow Food. Dovrà trascorrere ancora qualche settimana prima che il nuovo cioccolatino venga commercializzato da noi, dovendosi archiviare prima la kermesse giapponese: non abbiamo avuto quindi la possibilità di assaggiarlo Ma dal successo che la novità sta avendo nei raffinati palati nipponici e fra i visitatori del salone provenienti da ogni parte del mondo, c’è da essere soddisfatti di questa prima uscita importante della nostra cara giuggiulena.

Lo stand di Bonajuto al
Salon Du Chocolat

Come ci dice Pierpaolo Ruta di Bonajuto, in Giappone il nuovo cioccolatino è già in vendita anche online da Isetan, che secondo Il Sole 24 Ore è la più grande catena di grandi magazzini di qualità del paese asiatico.

Il sito di Isetan nella pagina dedicata
al cioccolatino al sesamo

Al termine del Salone del Cioccolato di Tokyo si avrà maggiore contezza della forza di penetrazione di questa nuova idea di Bonajuto. Ovviamente, conoscendo Bonajuto, che fra i cioccolatieri è quello che vanta un’alta capacità di proporre vere e proprie raffinatezze che soddisfano un mercato sempre meno di nicchia, possiamo stare certi della bontà del nuovo cioccolatino. E il fatto che di questa bontà sia protagonista e origine il nostro sesamo ci rende oltremodo orgogliosi.

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Vivere per un anno in camper, girare l’Italia e fare studiare i figli nel silenzio e nella giusta atmosfera delle biblioteche italiane. È l’idea che Marco e Valentina stanno realizzando in questi mesi. Con il loro Magic Camper hanno fatto tappa ad Ispica. Vengono da San Benedetto del Tronto. Lui carpentiere specializzato in bioedilizia, lei insegnante precaria, al momento senza incarico. Con loro Alessia di dieci anni, Leonardo di 9 ed una disciplinatissima barboncina di nome Gayatri. Si potevano vedere in giro per la città, dopo ovviamente la tappa d’obbligo in biblioteca per fare studiare i ragazzi che per quest’anno frequentano la scuola parentale. Tutor di Alessia e Leonardo sono i loro stessi genitori: a fine anno scolastico, e al termine di questo straordinario tour per l’Italia, Alessia e Leonardo sosterranno gli esami che verificheranno la loro preparazione per l’ammissione alle rispettive classi successive. Dopo la biblioteca “Capuana”, giro per la città. Ed è nei Giardini di Palazzo Bruno che li trovo. Felici, soddisfatti, per nulla stanchi dei primi cinque mesi trascorsi in giro per l’Italia, consumando due pasti al giorno, peraltro seguendo una dieta vegetariana. Un piccolo gruzzolo di risparmi, la pigione della casa di loro proprietà che per quest’anno hanno dato in affitto, i proventi dell’attività di una lavanderia a gettoni che Marco e Valentina possiedono a Cupra Marittima costituiscono le fonti di finanziamento di questo viaggio lungo un anno. Su Ispica sono già informatissimi. Li incontro l’11 gennaio: del terremoto di tre secoli prima sanno quasi tutto. Sono già stati al Parco Forza e si sono affacciati a Cava Ispica. Nel pomeriggio in programma la visita alle chiese. Restano ammaliati dal ferro battuto della ringhiera e dei lampadari dello scalone di Palazzo Bruno. E i bambini? Entusiasti. Alessia, più loquace del fratello, racconta dell’invidia dei compagni di classe quando hanno saputo del motivo della sua assenza prolungata da scuola. Sono quasi le due del pomeriggio. Li avviso del fatto che a quest’ora Ispica è molto calma. “È proprio quello che ci piace: la calma”, dice Valentina. Guadagnano il loro camper, il Magic Camper. Sì, perché la loro è come una magia. Lunga un anno e grande quanto l’Italia. 

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Le saracinesche chiuse in Corso Umberto sono lo specchio di una crisi che non riguarda solo Ispica e solo il commercio. Certo, fa effetto vedere come il cuore della città, che dovrebbe pullulare di persone e di attività commerciali e non solo, assuma un aspetto triste, di ingiusto e immeritato abbandono. La malattia è grave. Resta da vedere se è curabile o no.

Ultimamente è stato il settore della CNA che si occupa di commercio a sollevare il problema: un paio di incontri a Palazzo Bruno, una mozione in Consiglio comunale sospesa in vista degli sviluppi, una conferenza dei capigruppo saltata per mancanza del numero legale, a riprova del disinteresse degli assenti (a scanso di equivoci, dico che il sottoscritto, nella qualità di capogruppo del Pd, c’era).

L’altra sera, in un incontro pubblico sul tema, l’associazione “Valìa” ha cercato di dare delle soluzioni prendendo spunto da quanto fatto in Toscana, a Ragusa e a Scicli. Al di là delle esperienze specifiche, sono emersi alcuni punti fermi che vale la pena evidenziare. Innanzitutto la chiusura al traffico delle zone interessate aiuta la riapertura dei negozi. È l’esatto contrario di quanto chiedono i commercianti, i pochi commercianti rimasti in Corso Umberto che reclamano la riapertura del Corso alle auto. Ci sono poi il coinvolgimento dei proprietari dei locali commerciali chiusi e il ruolo del Comune che non è spettatore, ma soggetto attivo, “regista” dell’operazione che potremmo chiamare “Saracinesche aperte”.

Il punto è fare di Corso Umberto un’area dove vai per fare qualcosa. Logico pensare agli eventi. Vista la stagione, il primo che mi viene in mente è quello dei Mercatini di Natale. Sono entrati nella tradizione ispicese e il loro spostamento in Corso Umberto sarebbe la prima cosa da fare. Ma credo si debba andare oltre: perché non sistemare le varie attività dei mercatini dentro i locali chiusi del Corso? Gli espositori, che non sono commercianti, ma per la maggior parte persone che espongono piccoli oggetti di artigianato preparati in casa, cercano una soluzione per ovviare al triste fenomeno del vandalismo notturno. Quale migliore occasione per offrire loro locali chiusi, che aiuterebbero peraltro a tenere il mercatino anche in caso di pioggia? Tanti locali aprirebbero d’incanto lungo Corso Umberto, sia pure per un periodo limitato, e centinaia di persone sarebbero attirate al Corso, a tutto vantaggio delle attività stabili esistenti. Sarebbero create le premesse perché, dopo i Mercatini di Natale, si continui con altre iniziative, rendendo finalmente il Corso vivo e appetibile per chi intende aprire nuove attività.

Il Comune. Il Comune dovrebbe parlare ai proprietari dei locali sfitti e fare loro un discorso di lungo periodo che parta dai Mercatini di Natale e vada oltre. Ai proprietari si dovrebbe chiedere di mettere a disposizione i loro locali a un prezzo simbolico o comunque calmierato. In cambio il Comune può garantire un bonus sulla TARI che, non essendo tecnicamente una tassa, non è soggetta ai vincoli per il dissesto e può essere ridotta a determinate categorie di contribuenti, come è stato fatto per gli anziani soli e per gli artigiani.

Si tratta ovviamente di un’idea di massima da affinare. Un’idea come tante, tutte interessanti e meritevoli di essere considerate. L’importante è non arrivare al prossimo incontro o alla prossima mozione in Consiglio comunale senza che si sia fatto qualcosa di concreto.

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Credo si sia parlato poco della visita dell’assessore regionale ai Beni culturali Sebastiano Tusa e del Soprintendente ai Beni culturali Calogero Rizzuto, compiuta qualche sera addietro al litorale di Ispica. L’occasione è stata l’incontro-dibattito su tutela, valorizzazione e fruizione degli antichi relitti nel mare di Ispica, intitolato “Lungo le rotte di Odisseo”. Suggestivo il posto: la spiaggia di Punta Castellazzo, con il tavolo dei relatori che dava le spalle al mare e il supporto logistico del “Porto Ulisse beach club”. Se ne è parlato poco anche perché la stampa locale non è stata invitata e perché l’organizzazione, sostanzialmente affidata alla Soprintendenza, ha diramato inviti diciamo così istituzionali: ma questo è un altro discorso.

Perché è stata importante la serata? È risultata importante perché è stato solennemente detto, esibendo anche documenti ufficiali al riguardo, che il relitto della nave bizantina Ippos, rinvenuto a Pantano Longarini per la prima volta nel 1963 e “ripescato” nel 2001 per essere traferito a Siracusa, sarà esposto (tecnicamente si dice “musealizzato”) ad Ispica, in una sorta di Museo del Mare dove raccogliere tutti i reperti archeologici provenienti dalla parte di Mediterraneo prospiciente le nostre coste, una vera e propria miniera di reperti archeologici, piccoli e grandi, di epoca bizantina soprattutto. Tanto che un’altra nave bizantina è stata trovata proprio quest’estate, sempre dalle parti di Porto Ulisse. Negli anni la nave Ippos è stata oggetto di appassionate battaglie che da Ispica hanno combattuto ex sindaci come Rosario Gugliotta e uomini di cultura come Sesto Bellisario che ne chiedevano la restituzione alla nostra comunità. Il sindaco attuale Pierenzo Muraglie, presente all’incontro, ha dichiarato che Ispica è pronta a ricevere il relitto della nave Ippos, pensando sicuramente alla realizzazione di quel museo nei locali dell’ex Mattatoio comunale, all’ingresso del Parco archeologico della Forza. Certo, per Ispica si tratta di una vera e propria sfida. La nave Ippos (o comunque ciò che ne resta) è una delle testimonianze archeologiche più importanti del Mediterraneo, come ha più volte detto l’assessore Tusa che, da ex soprintendente del mare, è uno che se ne intende sul serio. Basti ricordare il particolare che di essa, a differenza di altre, abbiamo anche il nome, Ippos, appunto. L’idea di un Museo del Mare ad Ispica collega la città alla sua storia sul mare. Parliamo sempre, e giustamente, della Cava e delle radici della nostra comunità che lì sono solidamente piantate. Oggi ci viene detto da fonti autorevoli e qualificate che queste radici si estendono fino al mare, che anche lì c’è un pezzo importante del nostro illustre passato e della nostra vicenda storica. La sfida, oltre che logistica, nel non farci trovare impreparati nell’accogliere la nave Ippos, è anche culturale: ci viene offerta su un piatto d’argento l’opportunità di estendere al mare l’interesse storico che suscita il nostro passato. Dobbiamo avere forza ed intraprendenza nel saperla raccogliere e nell’esserne all’altezza. Ci vogliono sensibilità ed impegno.

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Aldo Moro martire della Repubblica, Aldo Moro uomo di Stato e servitore incorruttibile dello Stato, Aldo Moro politico tanto flemmatico quanto incisivo nella sua azione politica e di governo. Nel gergo giornalistico e politico Aldo Moro viene definito in vari modi, ma l’appellativo semplice semplice di “statista” gli viene attribuito più frequentemente, forse come pochi padri della Patria. Un motivo ci sarà. Ma perché Moro fu ucciso? A chi dava fastidio? Fu solo per le sue aperture a sinistra che portarono i socialisti prima e i comunisti poi nell’area di governo? Fu solo la furia del terrorismo interno che voleva colpire al cuore lo stato democratico? A quarant’anni da quel 9 maggio 1978, quando il suo corpo fu ritrovato a Roma, in una Renault 4 parcheggiata in via Caetani, equidistante da Piazza del Gesù (dov’era la storica sede della Dc) e da Via delle Botteghe Oscure (dove c’era quella del Pci), le rievocazioni e le “letture” dei cinquantacinque giorni di prigionia di Moro e del loro drammatico epilogo sono tantissime.

Ma quella che più di tutte convince, grazie soprattutto alle evidenze documentali inoppugnabili, senza le quali la narrazione avrebbe dell’incredibile, è la ricostruzione di Giovanni Fasanella (giornalistica, scrittore, sceneggiatore, ex de l’Unità e di Panorama). Ne “Il puzzle Moro”, uscito recentemente per ChiareLettere, Fasanella offre al lettore documenti di prima mano, provenienti dagli archivi desecretati di Gran Bretagna e Stati Uniti, messi insieme come un vasto ed impegnativo puzzle, appunto, nel quale spiccano anche tasselli nostrani presi della guerra partigiana e dal golpismo di destra. Da questo puzzle vediamo chiaramente che Aldo Moro rappresentava un ostacolo alle politiche di espansione e di consolidamento (un tempo si diceva imperialiste) di Regno Unito e Usa con particolare attenzione al Mediterraneo e al Medio Oriente, evidenziando più di un punto di contatto e di un concorso di interessi fra Brigate Rosse, che realizzarono il sequestro e uccisero Moro, soggetti eversivi di destra e di sinistra ed attività diciamo così diplomatiche svolte da Gran Bretagna, Stati Uniti e Francia, senza trascurare il mondo sovietico e ambienti conservatori del Vaticano. Fasanella accosta l’assassinio di Moro con la morte di Enrico Mattei, il fondatore dell’Eni, avvenuta nel 1962 a seguito di un poco chiaro incidente aereo, e richiama alla memoria del lettore anche un oscuro incidente stradale del 1973 in Bulgaria nel quale venne coinvolto Enrico Berlinguer. Giovanni Fasanella stende un filo rosso che collega tutto questo per arrivare ad una conclusione: coloro che mettevano in discussione gli interessi geopolitici ed energetici di Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia, con il rilancio in grande stile di una presenza italiana forte In Nord Africa e in Medio Oriente, dovevano essere eliminati. E il leader comunista rientrava in questo novero, visto che il Pci rappresentava una sponda importante nell’attuazione di questa politica estera italiana avviata proprio da Moro e praticata da Mattei per quanto riguardava la ricerca di fonti energetiche.

Moro, presidente della Democrazia Cristiana, fu sequestrato mentre si stava recando in parlamento per votare la fiducia al primo governo di “solidarietà nazionale” che vedeva i comunisti nella maggioranza, sia pure senza incarichi di governo. E in molti lo vedevano già presidente della Repubblica, eletto dalla stessa maggioranza nelle votazioni che si sarebbero svolte da lì a qualche mese, riconoscendo il valore della persona e della sua azione politica concreta. Un fatto inaccettabile per tutti coloro che, nella loro eterogeneità, in Italia e all’estero, avevano un solo fattore comune: consideravano Aldo Moro un pericolo per i loro interessi. Quei cinquantacinque giorni non furono solo la durata di un drammatico sequestro ma un vero e proprio “colpo di stato”, come lo stesso Fasanella ha detto nel corso di una recente presentazione del suo “Il puzzle Moro” a Modica. I fatti recenti di ordine geopolitico (Libia e Medio Oriente in primis) dimostrano come l’Italia abbia un ruolo da comprimario rispetto alle sue potenzialità: come non pensare al disegno britannico del dopoguerra, esternato da Winston Churchill e rilevato da Giovanni Fasanella nel suo lavoro, di un’Italia soggiogata dalla sua sconfitta, subordinata alle potenze vincitrici, umiliata senza appello? Leggendo “Il puzzle Moro” la curiosità iniziale lascerà il posto alla sorpresa, allo sconcerto e se volete anche alla rabbia: quella di capire che di cinismo e di “realpolitik” è piena la Terra. E la politica.

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Rateizzazione dei tributi, “tagliando” del primo anno all’Amministrazione comunale, Piano regolatore. Una mia intervista su questi temi a Piero Giunta.

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OraSI Ispica referendum costituzionaleNasce “Ora Sì Ispica”, il comitato per il Sì al referendum costituzionale di ottobre, fortemente voluto dal presidente del Consiglio Matteo Renzi. Il Comitato è ospitato nella sede del Circolo del Partito Democratico “John Fitzgerald Kennedy”, in via Mazzini 34, ed è coordinato da Roberto Luca, componente il Coordinamento dello stesso circolo “Kennedy”. Obiettivo del Comitato “Ora Sì Ispica” è quello di riunire e mettere in rete i sostenitori del Sì, al di là delle loro appartenenze politiche e della loro militanza, cercando di aprirsi il più possibile ai semplici cittadini che condividono la convinzione che la scelta del Sì rappresenta una grande opportunità di cambiamento della politica e di efficienza nell’azione di governo degli organi dello stato. Il Comitato “Ora Sì Ispica” prenderà delle iniziative già nei prossimi giorni per spiegare i contenuti delle modifiche costituzionali oggetto del referendum confermativo di ottobre.

Se vinceranno i Sì, saranno in vigore diverse riforme alla Costituzione, fra le quali sono degne di nota la riduzione del numero dei parlamentari, con un Senato non più elettivo, l’abolizione del CNEL, l’attribuzione diretta allo stato di materie come l’ambiente, la gestione di porti e aeroporti, trasporti e navigazione, produzione e distribuzione dell’energia, politiche per l’occupazione, sicurezza sul lavoro, ordinamento delle professioni ed importanti modifiche al quorum che rende valido un referendum abrogativo. Infine, se vinceranno i Sì, per proporre una legge d’iniziativa popolare non saranno più sufficienti 50mila firme, ma ne serviranno 150mila.

Riforma Costituzionale 1

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ShakespeareQuattrocento anni fa moriva William Shakespeare. Mondo culturale e dell’informazione in fermento oggi per ricordare un uomo straordinario, la cui produzione letteraria vive sempre di una grande attualità e la cui biografia ne tratteggia aspetti misteriosi e controversi. Puntando su questi, con le commemorazioni arriva anche il rilancio della teoria che Shakespeare fosse italiano, siciliano addirittura. Sellerio pubblicò anni fa un romanzo di Domenico Seminerio, “Il manoscritto di Shakespeare”, ispirato alla teoria rilanciata dal giornalista pubblicista ispicese scomparso Martino Iuvara secondo cui il celeberrimo drammaturgo inglese altri non era che un siciliano riparato a Stradford-Upon-Avon per motivi religiosi dalla sua Messina, passando per l’attuale Nordest italiano. Dubbi quanto meno sulle origini non anglosassoni del Bardo ne sono stati avanzati parecchi nel tempo. Nel 1921 una studentessa americana, Clara Longworth de Chambrun, nella tesi di laurea discussa alla Sorbona di Parigi, cercò di dimostrare che quanto di italiano c’è nelle opere di Shakespeare era tratto dagli scritti di tale John Florio. Quattro anni dopo un giornalista romano, Santi Paladino, sul quotidiano L’Impero affermò che Shakespeare era lo stesso Florio e sulla sua tesi pubblicò due libri, nel 1929 e nel 1955. Frattanto, nel 1936 un architetto veneziano e medium, Luigi Bellotti, aveva rilasciato un’intervista a La Stampa in cui sosteneva che lo stesso Shakespeare gli aveva rivelato “per comunicazione psicografica” che il suo nome originario era Guglielmo Crollalanza, valtellinese, poi cambiato in Florio per sfuggire all’Inquisizione, essendo protestante. Approdato in Gran Bretagna, avrebbe tradotto il cognome in Shakespeare (da “to shake”, che significa scrollare e “spear” che vuol dire lancia). Nel 1951 fu la volta del giornalista lombardo Luigi Villa che dedicò alla questione un altro libretto. Infine l’ispicese Iuvara. Martino Iuvara dapprima ne parlò in alcuni articoli, poi nel 2002 pubblicò un volumetto intitolato “Shakespeare era italiano” in cui riprese le varie tesi esposte nel tempo, arricchendole con alcuni particolari inediti frutto di sue ricerche. “Come faceva – si chiedeva retoricamente Iuvara in un intervista rilasciata ad Antonio Casa su La Sicilia del 15 aprile 2000 – il figlio di un guantaio, come la storia ci vuol fare credere, a possedere l’immensa cultura che Shakespeare dimostrò nelle materie classiche? Come poteva, un poeta inglese, e per di più a quei tempi, descrivere fedelmente luoghi, paesaggi e persone italiani, così come li ritroviamo in ben 15 delle 37 opere del sommo William? E perché la biblioteca non è mai stata messa a disposizione dei biografi?”. La notizia fu una ghiottoneria per tutti gli organi di stampa non solo italiani (celeberrimo l’articolo di Andrea Camilleri su La Stampa ma anche – ed era ovvio – d’Oltre Manica). Lo stesso Times uscì sulla vicenda con toni sorprendentemente accondiscendenti verso la tesi di Iuvara nei confronti della quale non sono comunque mancati critici fra i quali Nicolò Di Salvo, componente di una commissione di ermeneuti che sta studiando la cosa e che attribuisce l’interpretazione di Martino Iuvara ad un caso di omonimia fra Florio.
Comunque sia il caso è aperto. Ed oggi, a quattro secoli dalla morte del Bardo, lo stiamo riscontrando.
Per tornare al romanzo di Seminerio. In esso si parla di un vecchio maestro, Gregorio Perdipane, una personaggio in stile pirandelliano, che confida ad un affermato scrittore di provincia, Agostino Elleffe, detto Tino, di essere in possesso della prova inconfutabile della sicilianità di Shakespeare. Dietro i due personaggi si celano, manco a dirlo, da una parte Iuvara dall’altra lo stesso Seminerio che, in un’intervista al Tg1, disse di propendere per la tesi di Iuvara non fosse altro per il carattere pirandelliano di molti dei personaggi del Bardo.

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franco rutaRicordo che una volta mi raccontò: “Ai tempi degli “Anni di piombo” la Digos di Ragusa mi schedò come possibile terrorista”. La cosa non mi sorprese, non tanto per il merito, è chiaro, quanto per il suo carattere, il suo essere eccentrico, originale, per certi aspetti “misterioso”: facile appioppargli un’etichetta, ovviamente del tutto infondata, del genere. Parlo di Franco Ruta, da tutti oggi ricordato come l’“inventore” del cioccolato di Modica, scomparso a 73 anni per un malore improvviso. Conobbi Franco trent’anni fa come editore a Radio Emmeuno e al Corriere di Modica. Come si dice in questi casi? Amore a prima vista? Diciamo che fu subito interesse reciproco a prima vista. Di lui mi affascinò proprio quell’essere misterioso, sornione, originale e “rivoluzionario” nel pensiero. Tutte le cose che faceva, a parte il suo lavoro al Laboratorio analisi all’Ospedale Maggiore di Modica e la famiglia, le faceva perché gli piaceva la novità. La radio libere? Radio Emmeuno. La TV? Teleuno. La stampa locale? Corriere di Modica, rivitalizzandolo e attualizzandolo dopo un periodo di crisi dovuta alla scomparsa del vecchio editore. L’informatica? “DP Informatica” (D, come Daniela, P, come Pierpaolo, i suoi figli). E poi la perla: “L’Antica Dolceria Bonajuto”, frutto di sentimentalismo familiare e grande intuito per quello che stavano diventando l’enogastronomia e la tipicizzazione delle vecchie ricette locali. Lui non inventò il cioccolato modicano. Lo riscoprì soltanto, vantandone le origine azteche. Bonajuto era suo nonno e Franco impazzì quando nel 2005 gli dissi che nel mio primo romanzo, “La libertà sbagliata”, ambientato nella Modica di fine ‘800, citavo proprio la “Dolceria Banajuto”. Inconsapevolmente avevo sollecitato la sua anima mecenatesca, l’amore per la sua città, la passione per le cose nuove. Mandò ad Elena Sofia Ricci, che aveva scritto la prefazione, una ricchissima confezione di prodotti dolciari e di cioccolato modicano. Patrocinò la presentazione del libro a Modica, nel foyer del Teatro Garibaldi, prima che uscisse ufficialmente alla Fiera del libro di Torino e nell’estate successiva dedicò al romanzo una delle “Chiacchiere sotto il fico” che sempre lui organizzava nell’ambito del Festival internazionale del cinema di frontiera di Marzamemi, con la partecipazione di Sebastiano Gesù e Gregorio Napoli, esperti di prima grandezza in fatto di cinema. E proprio Napoli e Gesù dissero senza mezzi termini che “La libertà sbagliata” era in realtà un soggetto cinematografico: la stessa cosa me l’aveva detta proprio Franco Ruta. Che mi fece anche una bellissima sorpresa: si accordò con l’Ibiskos, la casa editrice, e realizzò delle confezioni contenenti una copia del romanzo e vari tipi di cioccolato modicano. Questo era Franco Ruta: una persona intelligente, sensibile, intraprendente e buona. Quando persone così se ne vanno, usiamo dire che siamo più soli. Oggi che Franco non c’è più, non mi sento solo. Resto con un bagaglio di consigli, di esperienze, di stima, di fiducia che Franco Ruta mi ha dato e che fanno parte delle tante cose che mi fanno compagnia. Grazie, Franco. E arrivederci.

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