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Archivi del mese: aprile 2016

ShakespeareQuattrocento anni fa moriva William Shakespeare. Mondo culturale e dell’informazione in fermento oggi per ricordare un uomo straordinario, la cui produzione letteraria vive sempre di una grande attualità e la cui biografia ne tratteggia aspetti misteriosi e controversi. Puntando su questi, con le commemorazioni arriva anche il rilancio della teoria che Shakespeare fosse italiano, siciliano addirittura. Sellerio pubblicò anni fa un romanzo di Domenico Seminerio, “Il manoscritto di Shakespeare”, ispirato alla teoria rilanciata dal giornalista pubblicista ispicese scomparso Martino Iuvara secondo cui il celeberrimo drammaturgo inglese altri non era che un siciliano riparato a Stradford-Upon-Avon per motivi religiosi dalla sua Messina, passando per l’attuale Nordest italiano. Dubbi quanto meno sulle origini non anglosassoni del Bardo ne sono stati avanzati parecchi nel tempo. Nel 1921 una studentessa americana, Clara Longworth de Chambrun, nella tesi di laurea discussa alla Sorbona di Parigi, cercò di dimostrare che quanto di italiano c’è nelle opere di Shakespeare era tratto dagli scritti di tale John Florio. Quattro anni dopo un giornalista romano, Santi Paladino, sul quotidiano L’Impero affermò che Shakespeare era lo stesso Florio e sulla sua tesi pubblicò due libri, nel 1929 e nel 1955. Frattanto, nel 1936 un architetto veneziano e medium, Luigi Bellotti, aveva rilasciato un’intervista a La Stampa in cui sosteneva che lo stesso Shakespeare gli aveva rivelato “per comunicazione psicografica” che il suo nome originario era Guglielmo Crollalanza, valtellinese, poi cambiato in Florio per sfuggire all’Inquisizione, essendo protestante. Approdato in Gran Bretagna, avrebbe tradotto il cognome in Shakespeare (da “to shake”, che significa scrollare e “spear” che vuol dire lancia). Nel 1951 fu la volta del giornalista lombardo Luigi Villa che dedicò alla questione un altro libretto. Infine l’ispicese Iuvara. Martino Iuvara dapprima ne parlò in alcuni articoli, poi nel 2002 pubblicò un volumetto intitolato “Shakespeare era italiano” in cui riprese le varie tesi esposte nel tempo, arricchendole con alcuni particolari inediti frutto di sue ricerche. “Come faceva – si chiedeva retoricamente Iuvara in un intervista rilasciata ad Antonio Casa su La Sicilia del 15 aprile 2000 – il figlio di un guantaio, come la storia ci vuol fare credere, a possedere l’immensa cultura che Shakespeare dimostrò nelle materie classiche? Come poteva, un poeta inglese, e per di più a quei tempi, descrivere fedelmente luoghi, paesaggi e persone italiani, così come li ritroviamo in ben 15 delle 37 opere del sommo William? E perché la biblioteca non è mai stata messa a disposizione dei biografi?”. La notizia fu una ghiottoneria per tutti gli organi di stampa non solo italiani (celeberrimo l’articolo di Andrea Camilleri su La Stampa ma anche – ed era ovvio – d’Oltre Manica). Lo stesso Times uscì sulla vicenda con toni sorprendentemente accondiscendenti verso la tesi di Iuvara nei confronti della quale non sono comunque mancati critici fra i quali Nicolò Di Salvo, componente di una commissione di ermeneuti che sta studiando la cosa e che attribuisce l’interpretazione di Martino Iuvara ad un caso di omonimia fra Florio.
Comunque sia il caso è aperto. Ed oggi, a quattro secoli dalla morte del Bardo, lo stiamo riscontrando.
Per tornare al romanzo di Seminerio. In esso si parla di un vecchio maestro, Gregorio Perdipane, una personaggio in stile pirandelliano, che confida ad un affermato scrittore di provincia, Agostino Elleffe, detto Tino, di essere in possesso della prova inconfutabile della sicilianità di Shakespeare. Dietro i due personaggi si celano, manco a dirlo, da una parte Iuvara dall’altra lo stesso Seminerio che, in un’intervista al Tg1, disse di propendere per la tesi di Iuvara non fosse altro per il carattere pirandelliano di molti dei personaggi del Bardo.

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