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Archivi del mese: novembre 2014

Furti ladri ispicaC’è un’emergenza ordine pubblico ad Ispica. E per Ispica non intendo solo il centro abitato. Ad essere sotto scacco per l’aumento dei furti, in una recrudescenza senza precedenti, è tutto il territorio ispicese, proprio a causa della sua vastità (poco meno di 120 chilometri quadrati) e della sua complessità (centro abitato, zone rurali, fascia costiera e relativo entroterra). Politica e amministrazione locale sembrano disinteressate alla questione. Io non ci sto a rifugiarmi nei tatticismi preelettorali, fatti di silenzi o cortine di fumo, a seconda dei casi, mentre c’è un’Amministrazione che sta bene come sta: casta allo stato puro, rifugiata nel suo bel “fortino” che è Palazzo Bruno. C’è un problema da affrontare e da prendere di petto ed io faccio le mie proposte in merito. Quando in giugno il ministro degli Interni Alfano venne ad Ispica per la riapertura di Palazzo Bruno, piuttosto che fare da cornice sorridente e riverente verso il ministro, preferii porgli qualche domanda su Facebook. Con un post del 16 giugno, rivolgendomi al ministro, scrissi: “Oltre a partecipare alle parate ad ‪Ispica, inaugurando una sede comunale già inaugurata circa quarant’anni fa, e comunque non completamente utilizzabile, che sarà adibita solo a fortino della “casta”, sarebbe il caso che il ministro degli Interni ci dicesse perché i commissari da lui nominati non pagano i creditori del Comune e come intende risolvere il problema gravissimo del controllo di Ispica e del suo territorio, in particolare delle campagne e della fascia costiera, massacrate dai furti”. Le questioni dei crediti e quella dell’ordine pubblico sono apertissime. Ma, visto che parliamo di ordine pubblico, per essere ordinati, ci limitiamo a parlare solo di questo, rinviando ad un’altra occasione l’altro tema. Il problema non è la presenza degli stranieri, come con molta superficialità diciamo. L’immigrato esprime il suo disagio sociale ed economico anche mettendosi a delinquere. Il nodo sta nell’individuo locale che gli fa da basista per i furti e nell’assoluta impotenza delle forze dell’ordine prive di uomini e macchine per coprire il territorio. La chiave consiste, oltre che nell’attuare politiche sociali di integrazione e di riqualificazione urbana (non integriamo lo straniero confinandolo in una porzione del nostro centro urbano e dandogli in affitto tuguri malsani), nel risolvere il problema della fascia costiera. I nostri dodici chilometri di litorale, e di relativo entroterra, sono ormai popolati anche d’inverno. E’ mai possibile che i residenti debbano vivere il coprifuoco la sera? I ladri di rame e di metalli imperversano indisturbati. E quando la pattuglia di carabinieri fa un “salto” a mare, ecco pronto il “colpo” in pieno centro urbano. Centro urbano che, in alcuni quartieri, a tarda notte, viene lasciato al buio. La proposta: lavoriamo per l’istituzione della frazione che comprenda la fascia costiera. O, qualora i requisiti non ci siano, facciamo conseguire all’area uno status territoriale particolare che comporti il potenziamento dell’attività di controllo preventivo delle forze dell’ordine, anche mediante la videosorveglianza delle zone più a rischio, o addirittura l’istituzione di loro presidi stanziali, come una stazione dei Carabinieri. Finché le cose stanno come sono, tutto questo è ovviamente una chimera. Fin quando l’opposizione istituzionale approfitta della venuta del ministro degli Interni per mettersi il vestito buono e non per rivendicare misure per il territorio, finché lo strumento che il sindaco ha di chiedere l’esame della complessa situazione al Comitato provinciale per l’ordine e le sicurezza non è sfruttato completamente, abbiamo voglia di assistere inermi ad una recrudescenza pericolosa dei furti anche nel centro urbano.
C’è poi l’opportunità delle elezioni amministrative di primavera, in vista delle quali le elezioni primarie del Pd del 21 dicembre sono un appuntamento fondamentale per stabilire la misura, la profondità, l’intensità del cambiamento. Io lo scrivo con la “C” maiuscola e in tema di ordine pubblico adesso sapete come la penso.

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emanuele giudiceSi può essere uomo di governo e coscienza critica? Si può essere. Oggi forse un po’ meno, ma la testimonianza di Emanuele Giudice ci dice che si può. Una testimonianza che oggi diventa testamento. Emanuele Giudice è scomparso ieri nella sua Vittoria a 82 anni. Non era un professionista della politica: avvocato, fine intellettuale, amava pensare prima di agire. Fu più volte presidente della Provincia. Era di quei democristiani che all’epoca erano definiti “anomali” e “amici dei comunisti” perché troppo a sinistra. Fu tra i primi in provincia di Ragusa ad ipotizzare l’incontro fra storie e culture diverse ed aventi in comune l’alveo progressista che lustri dopo portò al Partito democratico. A lui mi legavano un’amicizia, un comune sentire e… un libro, uno dei suoi libri intitolato “L’utopia possibile. Leoluca Orlando e il “caso Palermo”” edito da Ila Palma. Emanuele mi chiese di moderare la serata di presentazione tenuta a Ragusa.
Era l’autunno del 1990. Orlando era stato rieletto al Consiglio comunale di Palermo con una valanga di voti (71mila) dopo le giunte della “Primavera di Palermo” che, sotto la sua guida, vedevano per la prima volta insieme al governo di una città democristiani (ovviamente una parte), comunisti, indipendenti di sinistra, verdi e movimenti civici. Ma allora il sindaco lo eleggeva il Consiglio comunale. E dopo la grande affermazione che consacrava Orlando leader all’insegna della rottura del vecchio sistema dei partiti e delle compromissioni politica-mafia-massoneria, lo stesso Orlando fu messo da parte per restaurare a Palermo le giunte fondate sul patto di ferro fra democristiani e socialisti: il consenso veniva clamorosamente mortificato. Fu anche a seguito di questa ferita che si fece la riforma per l’elezione diretta dei sindaci. In quei giorni Orlando era corteggiatissimo dai post-comunisti (Occhetto gli aveva offerto la presidenza del Pds nazionale), dai movimenti che lo volevano a capo di un nuovo soggetto politico e dai democristiani di sinistra che lo volevano addirittura candidare alla segretaria nazionale del partito. Per mesi Orlando tenne tutti sulla graticola: esce dalla Dc o non esce; e se esce, che fa? Emanuele Giudice e Leoluca Orlando militavano nella sinistra democristiana, oltre ad essere amici. Anch’io nella Dc del tempo mi schierai da quella parte. Giudice mi coinvolse fino ad invitarmi a fare da moderatore in quella serata indimenticabile: alla presentazione c’erano Leoluca Orlando, il gesuita e sociologo padre Ennio Pintacuda (ispiratore politico di quell’esperienza politica), Rino La Placa, sostenitore della “Primavera” e di Orlando, ma nettamente contrario alla sua uscita dalla Dc. Il salone grande della Camera di commercio di Ragusa era gremito come mai si era e credo si sia verificato. La voglia dei ragusani di conoscere direttamente questo astro nascente della politica nazionale, alfiere della lotta alla mafia qual era Orlando era tanta. E Orlando non deluse le aspettative. Il libro di Emanuele Giudice fu uno dei capisaldi di quella fase politica che sfociò nella Rete pochi mesi dopo. Ad essa Emanuele Giudice non aderì in prima battuta. Lo fece dopo, seguendo i figli che della Rete furono fra i fondatori in provincia di Ragusa. Giovanni Giudice, uno di loro, è oggi vice questore della Polizia di stato, impegnatissimo in fronti “caldi” della lotta alla criminalità organizzata. A lui e a tutta la famiglia un abbraccio forte. Ad Emanuele un arrivederci e un grazie per ciò che ci lascia.

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Il mio intervento all’assemblea su “Un’amministrazione di cambiamento, di politiche, metodi, uomini” del Circolo “Kennedy” del Pd di Ispica del 23 novembre 2014.

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Palazzo Bruno dall'altoMio nonno segretario comunale (morì ancora in servizio ad Ispica nel 1960), mio padre, mia moglie, mia sorella, due miei zii dipendenti comunali… Sono cresciuto mangiando pane e Comune. Lascio immaginare l’amarezza che provo ascoltando i “comunali” di Ispica avviliti, offesi, demotivati, umanamente provati dagli ultimi anni di una fase amministrativa che proprio nella gestione della “macchina” burocratica ha fatto registrare uno dei suoi flop più evidenti. Finanche l’immaginario collettivo, sempre ostile ai burocrati di tutti i livelli che vengono considerati, a torto, ipergarantiti e immeritevoli dello stipendio che percepiscono, oggi solidarizza con loro, scoprendo che il Comune, in ultima analisi, è l’unica grossa realtà che abbiamo e che il renderla più o meno produttiva deriva dalla politica che negli ultimi anni non c’è stata.
L’assemblea dell’altro giorno, dove l’Amministrazione comunale, nel pieno di una crisi di nervi dovuta ai danni che essa stessa ha provocato, ha dato l’ennesima prova dell’alto livello di ingestibilità dei dipendenti. Tramite i sindacati si chiedeva loro di fare i contratti di solidarietà per evitare che alcuni di essi finissero in disponibilità, un quasi-licenziamento a causa del dissesto del Comune. Niente di più nobile, generoso, civile: guadagniamo meno tutti, ma nessuno sarà lasciato a casa. Ma il clima di odio, di scontro frontale, di persecuzione da un lato e di premialità sconsiderata da fare impallidire Caligola e il suo cavallo fatto senatore, ha fatto sì che la proposta venisse praticamente bocciata. Chi ha determinato questo clima è senza ombra di dubbio l’Amministrazione comunale che arriva a scrivere in documenti ufficiali che c’è una categoria di dipendenti più importante di tutte le altre, vitale per la vita stessa del Comune, affermando implicitamente che ce ne sono altri di dipendenti che possono essere benissimo gettati alle ortiche. E’ come se un padre con due figli dicesse che uno è più importante dell’altro. So benissimo che storicamente e in ogni comune d’Italia, soprattutto se medio-piccolo, fra i dipendenti comunali ci sono sempre stati i filo-governativi blanditi e rispettati e gli oppositori emarginati e bistrattati. Ma il centro-destra, ad Ispica, credo che abbia toccato il fondo. Tutto questo senza che la “casta”, amministratori tutti avviati tristemente sul viale del tramonto, abbia dato un segnale di partecipazione al sacrificio, riducendosi drasticamente le indennità: proprio essa che il dissesto ha determinato con gli sprechi e le spese pazze per i quali oggi viene presentato il conto ai cittadini che paghiamo tasse salatissime, ai dipendenti comunali a rischio licenziamento, alle fasce sociali deboli per le quali i servizi vengono negati o sono a pagamento.
Sono candidato sindaco alle Primarie del Pd e in molti dipendenti comunali mi chiedono: cosa proponi? Propongo la cosa più semplice di questo mondo: uscire dal clima di odio feroce fra dipendenti. E in tutto questo l’Amministrazione comunale, così come è stata determinante in modo negativo e distruttivo la vecchia, deve esserlo la nuova in termini di dialogo, di coinvolgimento, di motivazione per chi lavora e produce al di là di chi vota o del partito cui aderisce. Un sindaco che non ha dalla sua parte i dipendenti, tutti i dipendenti, e che questi siano motivati, aggiornati, gratificati è un pessimo sindaco. Il primo segnale in questo senso deve essere la revoca della delibera di rideterminazione della dotazione organica varata a suo tempo dall’Amministrazione così come prescritto dalla legge per i comuni in dissesto finanziario. Quest’atto, oltre ad essere persecutorio, è anche illegittimo per tutta una serie di motivi. Tanto è vero che su di esso pende un giudizio al Tar che lo esaminerà non prima del prossimo autunno, La sua revoca, accompagnata da una serena valutazione della situazione riguardante le risorse umane del nostro comune, è fondamentale per togliere dal tavolo pistole cariche, pronte ad essere utilizzate ad altezza d’uomo. Ed è soprattutto utile a disinnescare la miccia potentissima del ricorso al Tar che può avere risvolti drammatici molto più concreti delle minacce arrabbiate degli attuali amministratori. Che non mi si venga a dire dell’”approvazione” che la rideterminazione ha avuto da parte del Ministero degli Interni. Ho letto le carte: il Mago Silvan è un apprendista al confronto. Lasciamo stare. Serve una nuova rideterminazione della dotazione organica che rispetti la legge, metta al sicuro il maggior numero possibile di lavoratori, senza figli e figliastri, e che nasca da un confronto col sindacato.
Ho sempre detto che i mesi che ci separano dalle elezioni di primavera saranno i più duri per Ispica. Perché l’acredine, la rabbia, il panico di chi è costretto a battere ritirata avranno effetti devastanti. Un segnale di distensione, cominciando proprio dalla “vil razza dannata” dei “comunali” sarebbe importante.

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gianni stornello Sindaco primarie ispicaIl 21 dicembre prossimo il Partito democratico di Ispica sceglierà il suo candidato sindaco per le Elezioni Amministrative di primavera. Nell’arco di un mese avremo modo di parlare di programmi, di cosa, chi mi sostiene ed io, pensiamo di fare per ricostruire Ispica. Oggi, nel consegnare alla “rete” l’ufficializzazione della mia corsa alle Primarie, considero importante fissare alcuni punti fermi che caratterizzano la nostra scelta. Ispica non deve perdere un’occasione di Cambiamento vero e deve avviare politiche serie di risanamento finanziario e di razionalizzazione dei costi senza infierire in modo indegno sui cittadini inermi, sulle famiglie, sui dipendenti comunali, sulle categorie produttive, sui più deboli come l’Amministrazione in carica sta facendo. Ispica ha bisogno di politiche progressiste: il pubblico deve venire prima del privato, i diritti (da quelli di cittadinanza ai diritti civili a quelli degli animali) devono essere riconosciuti, il più debole deve essere difeso e tutelato, sempre e comunque, i costi della politica, fatti di indennità e privilegi medievali, vanno abbattuti, la Politica deve essere un servizio e non una professione. Abbiamo bisogno di politiche per il territorio che tengano conto della sua varietà: c’è un centro urbano da riqualificare per buona parte (pensiamo al centro storico), una fascia costiera da difendere e rilanciare, una zona rurale completamente dimenticata. Stiamo lavorando alla formazione di una squadra di persone competenti e coraggiose, non necessariamente di partito, con le quali dare speranza di cambiamento ed imprimere una svolta. La vera scommessa sarà quella di dare fiducia alla città che è ricca, ricchissima, e che le politiche dissennate di un centro-destra ormai senza idee e senza prospettive hanno mortificato.
Ispica è stata storicamente una “città-modello”, non per niente ha avuto il titolo di “città”: dobbiamo tornare ad esserlo, a cominciare dalla definizione di un progetto di sviluppo che punti sul territorio e le sue vocazioni, la nostra identità storica e culturale, l’innovazione, la legalità intesa come precondizione per fare tutto il resto. Chi ha avuto parte nel determinare le scelte che hanno fatto precipitare la città nel baratro finanziario e politico si deve mettere da parte. In un sistema democratico deve vigere l’alternanza: l’opposizione fa l’opposizione e deve candidarsi a governare. La mia azione politica degli ultimi anni, culminata con il mio ruolo di segretario cittadino del Pd dal 2010 al 2013, è stata improntata a questo, senza tentennamenti, ambiguità e ammiccamenti di sorta, dando all’opposizione del Pd grinta, carattere e coraggio nel dire che il re era nudo, quando tutti, anche dall’opposizione, avevano un riverente e servile timore ad affermarlo.
Mi sto rendendo conto che più della difficoltà del compito in sé, legato alla bancarotta del Comune, la partita vera è quella del Cambiamento, scritto con la “C” maiuscola, e del dimostrare con i fatti che ad Ispica c’è un centro-sinistra affidabile, credibile, forte in identità e principi che faccia dimenticare gli anni bui della sfiducia ai propri sindaci, delle candidature a sindaco annunciate e ritirate, delle congiure di bassa lega politica. Dobbiamo aprire un nuovo file, dobbiamo “cambiare verso” nel partito, nel centro-sinistra, nella città.
Amo ripetere che faccio politica da anni e me ne interesso da sempre: forse è per questo che non mi fanno paura le sfide cui vado incontro con la mia candidatura. Né mi condiziona il silenzio dei tanti che potrebbero prendere con le mani il loro destino di uomini liberi, e che come me amano la loro città, per riscattarla. La scommessa è quella di fare comprendere a loro e a tutti che il Cambiamento è possibile.
Saremo convincenti e vincenti se il Cambiamento lo faremo nei fatti e non ci limiteremo a predicarlo.

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Delfina Puglisi Chiosco OccupatoE’ una storia triste. Dove figurano lupi e conigli e nella quale, sul finale, fanno la loro apparizione anche gli sciacalli. Il “Chiosco dei Milana” (io lo chiamo così) è stato assegnato ad altri. Saranno bravi, saranno i migliori, avranno bisogno anche loro di lavorare (e chi non ce l’ha, di questi tempi?). Ma sfruttare una profonda ingiustizia, un sopruso per trarne vantaggio è pura vigliaccheria. E riconosco che ci vuole anche coraggio per fare una cainata del genere. L’occupazione del Chiosco da parte dei Milana è una forzatura, ma nonostante questo mi sento di solidarizzare con convinzione con loro e con Delfina Puglisi, una che la semplificazione giornalistica definirebbe “mamma coraggio”.
Faccio politica, la seguo da anni, ne sono appassionato da sempre. Non riesco a spiegarmi perché il Consiglio comunale abbia approvato una mozione che doveva tutelare i Milana e arriva a farne una, che avevo già pubblicato e che potete rivedere cliccando qui, nella quale il nome dei Milana non c’è e si parla genericamente dell’attività preesistente. In uno dei tanti incontri di “alta politica” ai quali partecipo per cercare di costruire una coalizione per realizzazione un’”Amministrazione di Cambiamento” della città, si arzigogolava sul termine “amministratori” dato ai consiglieri comunali. E’ vero, sono anche loro amministratori, perché decidono. Non in misura e con il peso che può avere un sindaco, ma decidono nell’esercizio di un potere collegiale dato al Consiglio di cui fanno parte. L’Amministrazione comunale ha otto consiglieri, l’opposizione dodici. Una volta, una volta sola, possono fare valere la loro forza numerica, votando una nuova mozione che blocchi l’assegnazione del “Chiosco dei Milana” ad altri? Il fatto nuovo rispetto alla mozione precedente è il ricorso al Tar presentato dai titolari del diritto di superficie del vecchio chiosco, quello dal quale i Milana furono sfrattati per consentire la costruzione di quel “capolavoro” di architettura e di arredo urbano che è la nuova piazza. Era grazie a quella concessione che i Milana esercitavano la loro attività. E quel diritto non può essere cancellato dalle ruspe. Ispica sta facendo quadrato con grande spirito comunitario, solidarizzando con i Milana. Ovviamente le note stonate ci sono dappertutto e fra gli agnelli lo sciacallo, purtroppo, ci sta. Ma i consiglieri comunali di opposizione non facciano i conigli. Sono amministratori anche loro. E la pubblica amministrazione non si esprime con le parole e le ambigue manifestazioni di solidarietà: si esprime con atti pubblici, chiari, inequivocabili, trasparenti. Una volta tanto i consiglieri di opposizione emettano un ruggito per una causa condivisa dalla stragrande maggioranza dei cittadini. I lupi affamati di rabbiosa vendetta si possono mettere a tacere. A patto che si abbiano la capacità e la voglia di farlo. Il resto è fatto di chiacchiere.

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Il viaggio de Sica loggiato del Sinatra ispicaQuarant’anni fa, il 13 novembre 1974, ci lasciava Vittorio De Sica. Ad Ispica meriterebbe una maggiore considerazione per due motivi: fece quello che l’insipienza delle nostre varie amministrazioni comunali non ha saputo fare, realizzando (ed ecco il secondo motivo) il suo testamento artistico da regista, “Il viaggio”, uscito proprio nel 1974. Tratto da una struggente novella di Luigi Pirandello, Vittorio De Sica ambientò il suo lavoro in un contesto rigidamente tardo-barocco. Noto fu il set principale del film, ma c’è una scena in cui il grande Richard Burton, assieme alla splendida Sofia Loren protagonista principale della storia, recita nella nostra Piazza Santa Maria Maggiore, con allo sfondo ora il Loggiato del Sinatra, trasformato per l’occasione in scuola elementare, ora la facciata della basilica. In pratica De Sica tracciò quel “filo rosso” fra il barocco di Noto e il nostro barocco, coevi e coerenti come leggiamo sui libri di storia dell’arte, come ci dicono gli esperti e come l’assoluta miopia mista ad incapacità di chi ci ha amministrato in questi anni non è riuscita a vedere e pensare. L’esclusione di Ispica dal sito Unesco che considera Noto e il tardo-barocco della Sicilia sudorientale “Bene dell’Umanità” è solo un fatto amministrativo, figlio di chi all’epoca non ne capì l’importanza strategica, bollandolo come “stupidaggine” (ed uso un eufemismo), e di chi ancora oggi non fa nulla per porvi rimedio. Il viaggio de sica santa maria ispicaPer questo anche Ispica deve tributare il suo ricordo a un grande del cinema italiano qual è stato Vittorio De Sica. Ed è suggestivo farlo proprio in questi giorni nei quali Ispica torna alla ribalta cinematografica con “Andiamo a quel paese” con Ficarra e Picone. Abbiamo visto come la nostra zona archeologica renda mirabilmente sul grande schermo. Ispica, a dispetto di chi non ci crede e di chi, disamministrandola, non ci ha creduto, è una città dalle mille risorse in ogni suo angolo.

 

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Gattopardo“Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”. E’ la frase-chiave del “Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, uno dei ritratti più crudelmente descrittivi la realtà siciliana, un capolavoro sempreverde. Il “gattopardismo” è la bestia nera della politica siciliana che siamo stati bravissimi ed esportare, evolvendolo nella versione nazionale del “trasformismo”: cambiano le facce che stanno davanti, si susseguono le generazioni, ma non si riesce ad imprimere una svolta vera alla Politica ed alle istituzioni, manovrate dai soliti noti. Ispica non è immune dal fenomeno e in occasione delle elezioni amministrative della prossima primavera, quando eleggeremo un nuovo sindaco e un nuovo consiglio comunale, la partita non riguarderà solo la grande emergenza del dissesto finanziario del Comune, la necessità di mettere in campo politiche di sviluppo per creare lavoro, di riattivare i servizi, di restituire prestigio alla nostra comunità, di ridare fiato alla macchina burocratica del Comune oppressa da politiche persecutorie e meritocrazia a senso unico. L’altra partita che si intreccia con la prima riguarda proprio il Cambiamento vero, che scrivo con la maiuscola per conferirgli importanza e dignità di fatto reale, concreto e non il titolo di un programma. Dico questo perché forte dell’esperienza di questi giorni intensi di confronto fra le forze politiche: siamo d’accordo su tutto, anche sul come dare un sesso agli angeli. Ma quando cominci a parlare di misure e metodi che evitino proprio il “gattopardismo” fatto di facili riciclaggi di persone corresponsabili di una stagione politica da archiviare, scatta la molla dei distinguo e arrivano a correre seri rischi le intese. Il cambiamento diventa quindi solo uno specchietto per le allodole, ben diverso dal Cambiamento vero. La solita corsa sfrenata verso un posticino al sole, fatta da chi magari non si rende conto della gravità della situazione in cui ci troviamo, rischia di monopolizzare la campagna elettorale. Non più confronto sui contenuti e sulle politiche che personale politico ed amministrativo rinnovato intende attuare, ma sul tasso di riciclo che ciascun partito, ciascun movimento, ciascuna coalizione avrà fatto per arrivare alle elezioni. Il ricambio, il rinnovamento, la rottamazione, chiamiamoli come vogliamo, dovrebbero essere un dato consolidato e diffuso da cui ripartire. E da questo dato parlare delle cose da fare. Ma tutto questo, finché Ispica e la Sicilia saranno la terra dei Gattopardi, non sarà facile. La mia idea è che non possiamo farci scippare la speranza e non dobbiamo immiserire un progetto che tanto più è di riscatto per un’intera comunità quanto più è legato al Cambiamento e alla Politica per il bene comune.

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stornello zambuto assolto Marco Zambuto è il presidente dell’Assemblea regionale del Partito democratico, candidato alle Europee di maggio, che a giugno si dimise da sindaco di Agrigento per essere stato condannato in primo grado a due mesi e venti giorni per abuso d’ufficio. Ieri la Corte d’Appello di Palermo lo ha assolto con formula piena. L’accusa era di avere acquistato per seimila euro due pagine su un quotidiano per pubblicizzare l’attività della Fondazione Pirandello, di cui era presidente quale sindaco. In uno degli articoli si illustravano i provvedimenti presi dalla sua amministrazione, facendo, secondo l’accusa, campagna elettorale a spese dell’ente. Perché ne parlo? Ne parlo perché Marco Zambuto è un amico, prima che essere dirigente del mio partito. L’amicizia nacque in occasione delle scorse Europee. Era il candidato di area renziana nella lista del Pd. Un sindaco con un attivo importante: l’avere risanato il suo comune, dove si era insediato in una condizione di dissesto finanziario. Ci intendemmo su molte cose. E venne ad Ispica inaugurando la sede del circolo “John Fitzgerald Kennedy” (nella foto il taglio del nastro della sede di via Mazzini) e partecipando all’apertura della campagna elettorale. Il suo passato politico in area centrista fu la scusa per attaccare lui e noi da parte di chi, all’interno del Pd, è ancora convinto di stare in un partito dove se non contano gli apparati, pesano i personalismi, dove impera il collateralismo con sindacati e associazioni di categoria, dove la commistione di culture politiche va bene a condizione che a prevalere sia la propria. Alle Europee Marco Zambuto fu il più votato del Pd ad Ispica, dandoci la possibilità, con i numeri, di dire che il Partito democratico si sta emancipando da vecchie logiche e vecchi schemi. Continua a leggere

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